La scuola è una piscina per la mente

schola labriÈ passato circa un mese dall’inizio della scuola. È tempo di un primo, piccolo, azzardato bilancio. Partiamo dal personale: questo è il mio primo mese da docente di ruolo, confermato, abile e arruolato. Ora faccio ufficialmente parte dell’esercito degli umanizzatori. Davanti a me, ogni giorno, per cinque giorni alla settimana ho una centuria animale da finire di rendere umana. Mi sento come il sergente Zim in Starship Troopers – Fanteria dello spazio. Strabiliante. Dopo l’inferno del precariato, durato 10 anni, passati tra scuole private e prime medie (abbandonate per mia manifesta incapacità di tenere a bada una mandria di fanciulli scatenati), con pause ristoratrici negli imborghesiti e anestetizzati licei, e dopo il purgatorio dello scorso “anno di prova”, con i suoi 200 km al giorno su e giù da Ancona a Camerino, ora che insegno nella mia città, con un contratto a tempo indeterminato (quale miraggio, nell’epoca della lotta di classe dopo la lotta di classe!), mi sento in paradiso. Entusiasmante.

Ora veniamo alla centuria di quest’anno: fantastiche e fantastici adolescenti, che nella maggior parte dei casi pensano a tutt’altro, fuorché a studiare. Sento a volte, a partire da metà lezione, bisbigli in cui si segnalano i minuti di noia trascorsi fino a quel momento, per indicare quanto manca alla fine dello strazio: 30, 45, 50… Vorrei dirgli, come il Gesù dell’evangelista Luca (23:34): «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!». In effetti,  gli ricordo in continuazione, con il rischio di annoiarli ancora di più, quale privilegio gli sia toccato in sorte: stare al chiuso, riparati, comodamente (si fa per dire) seduti, dotati di libri e altri materiali, messi nelle condizioni di apprendere, di farsi un’istruzione, di diventare cittadini critici, consapevoli e autonomi. Certo, mi sento un cretino a ripetere le stesse cose a truppe diverse, ma à la guerre comme à la guerre: bisogna combattere un pregiudizio pericoloso, assassino, virale e non si può andare tanto per il sottile. Bisogna distruggere l’idea che la scuola faccia schifo, che sia noiosa, che è meglio che finisca al più presto.

La scuola non è la scuola, ovvero non è solo quell’istituzione totale, coercitiva, punitiva, competitiva, funzionale a creare reparti di esseri riproduttori, lavoratori e consumatori, che i giovani giustamente scorgono fra tutti i bei discorsi di noi umanizzatori. Scuola viene dal latino schola, quindi dal greco antico scholè, che significava ozio, riposo, agio: la scuola è dunque quel luogo in cui è consentito il riposo dalle fatiche corporee (zappare la terra nei campi, spaccare le rocce in miniera, chiedere l’elemosina in metropolitana: attività obbligata per milioni di adolescenti, purtroppo, in tutto il mondo), la scuola è il luogo in cui è consentito quel riposo che permette di occuparsi della ricreazione mentale e dello studio.

Nelle terme romane lo spazio attorno alla vasca si chiamava schola labri (labrum: vasca), dove i bagnanti stavano seduti aspettando il loro turno. È esattamente così, anche negli edifici contemporanei, che chiamiamo scuole e in cui si tramanda l’umana sapienza: le scuole sono piscine per la mente. E nuotare insieme a tanti giovani pesci in queste fonti della conoscenza è il mestiere più bello che ci sia.

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