Filologia e rivoluzione: da Valla agli Astrorobot

Nel suo discorso sulla falsità della Donazione di Costantino (De falso credita et ementita Constantini donatione) l’umanista Lorenzo Valla dimostra, grazie alla sua profonda conoscenza della lingua latina, la falsità di questa supposta donazione. Scopriamo di cosa si tratta. La Donazione di Costantino è un documento apocrifo, cioè attribuito (falsamente) a Costantino I, imperatore romano dal 306 al 337. I Papi se ne servirono per giustificare il potere temporale della Chiesa (i suoi possedimenti terrieri), nella lotta per la supremazia sull’Italia e su altri territori. Uno dei criteri su cui si basò Valla per dimostrare la falsità del documento è il cosiddetto usus scribendi (insieme delle abitudini linguistiche, grammaticali e stilistiche tipiche di uno scrittore, di un’opera o di un’epoca). In altre parole, Valla notò che la Donazione non poteva essere stata scritta al tempo di Costantino, cioè nel quarto secolo dopo Cristo, perché quel documento conteneva parole di origine barbarica (dette, in termini tecnici, barbarismi), incompatibili con il latino del quarto secolo. In realtà, la Chiesa cattolica avrebbe potuto citare a testimone della legittimità del suo potere temporale non Costantino ma chi davvero le aveva donato per primo un possedimento territoriale, fuori da Roma: il re longobardo Liutprando, che nel 728 donò al papato il castello di Sutri, possedimento che fu ampliato nel 741 e gradualmente esteso da vari sovrani a tutto il Lazio, il ducato di Spoleto, l’Esarcato e la Pentapoli, costituendo così il primo nucleo di quello Stato della Chiesa che ha finito per occupare tutta l’Italia centrale, con grande «ruina» della nostra nazione secondo Machiavelli, e che solo Garibaldi e Mazzini riusciranno, secoli dopo, a disintegrare.

Parliamo di un fatto avvenuto centinaia di anni fa e da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Tuttavia, questo avvenimento, che a suo tempo, quando lo scoprii, mi illuminò, ha cambiato per sempre il mio modo di vedere le cose e credo sia mio dovere farlo conoscere a chi ancora non ne sa nulla, perché anche il suo modo di vedere le cose cambi. Non perché diventi come il mio, ci mancherebbe altro, ma perché possa sorgere in lui o in lei un modo indipendente di vedere le cose, fondato sulla conoscenza approfondita delle cose stesse, che siano istituzioni come la Chiesa, documenti spacciati per veri o altro. E ora una lunga coda autobiografica, per chiudere indegnamente questa nota: perché, dunque, il discorso di Valla mi illuminò? Per anni ero stato un devoto servitore della Santissima Chiesa Apostolica Romana. Ero un devoto fervente e un chirichetto assiduo: servivo messa il giovedì e la domenica mattina, nella parrocchia di Santa Maria delle Grazie. Poi, però, la fine della coercizione-iniziazione, con la Cresima, a dodici anni; le bestemmie dei miei amici, a tredici-quattordici; e la storia delle Crociate, a quindici, hanno messo in crisi la mia, fino a quel momento, incrollabile fede. La Cresima perché dopo non ci sarebbe stato più nessun nuovo percorso segnato, nessuna avventura guidata, nessun regalo da scartare il giorno della cerimonia, niente di niente, se non la noia della messa. Le bestemmie perché scoprii che erano divertenti, a forza di sentirle ripetere a raffica: fra i miei amici del mare c’era una gara perpetua a battere un record, che si avvicinava alle migliaia, se non erro. Le Crociate perché erano orripilanti. Senza più fede, dunque, brancolavo nel buio. A soccorrermi, a quindici anni, ci pensò la filosofia, ma solo con lo studio dell’Umanesimo, a diciassette anni, venni a sapere che era esistito un gruppo di eroi capace di spazzare via in pochi decenni secoli di menzogne, fra cui quelle che mi erano state propinate in parrocchia, assieme ai buoni valori dei tempi antichi, che ancora conservo nel mio cuore. Sì, un gruppo di eroi, come, fra i tanti che potrei citare, gli Astrorobot, i quali, bontà loro, mi avevano tanto incantato negli anni Ottanta, convincendomi che insieme si poteva sconfiggere il male. E fra i tanti eroi, oltre a Salutati e Bracciolini, ricordo che a esaltarmi fu soprattutto Lorenzo Valla, perché mi fece capire che non erano solo errori quelli commessi nel passato dalla mia comunità, dalla Chiesa cattolica, ma una costellazione di crimini e menzogne, che la spinsero addirittura a servirsi di documenti falsi, contro cui né armi né altro avevano potuto granché. Ma la filologia sì. Se gli Umanisti, studiando le umane lettere, avevano cambiato* il mondo, l’unico modo per cambiarlo, ancora oggi, è scatenare una rivoluzione culturale. Ogni adolescente è un rivoluzionario, in fondo, e da adolescente, sulla scorta di Valla il filologo e Mazzini il giornalista, decisi di praticare il mestiere di giornalista e di studiare lettere. Così, ho finito per scegliere, senza saperlo, la filologia. Fonti per la stesura di questa nota: reminiscenze, rinfrescate qui, qui e qui. Chi desiderasse leggersi tutto il discorso di Valla De falso credita et ementita Constantini donatione, con una traduzione in inglese (in italiano non l’ho ancora trovata in Internet), può farlo qui. * Lapsus rivelatore: in una bozza precedente della presente nota avevo scritto «chiamato il mondo». In effetti, a ben pensarci, gli Umanisti cambiarono il mondo proprio chiamandolo, chiamando le cose del loro mondo con le antiche parole dei filosofi e dei poeti greci e latini, non distorte dalla censura e dall’interpretazione ecclesiastica, ma anzi capaci di fornire un’antica lingua alla scienza nuova, che nasceva in quegli anni. La rivoluzione è sempre, innanzitutto, una rivoluzione del linguaggio, perché solo un linguaggio che trae nuova linfa da parole dimenticate è capace di cambiare le cose contemporanee.

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