Il custode degli animali e della scienza

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(Mi auguro che questo mio breve scritto, in uscita per la rivista «Prisma. Economia Società Lavoro» (ed. FrancoAngeli),  possa servire a chi si esercita nella composizione di saggi brevi. Esso ha lo scopo di comprendere meglio, attraverso le parole di Paolo Volponi, la nostra condizione di allontanamento dalla natura e dall’animale.)

Leggere le opere dello scrittore Paolo Volponi (Urbino, 1924 – Ancona, 1994) può consentire di comprendere meglio la nostra condizione di allontanamento dalla natura e dall’animale, dalla nostra natura, dunque, e dalla nostra animalità (1).

In particolare, a guidarci nella lettura sarà Natura e animale, trascrizione di un intervento, di cui conserva i tratti di oralità e libera associazione, tenuto da Volponi durante un convegno della rivista psicoanalitica «Il piccola Hans» nel 1982 (2).

Introduzione

Oltre che essere stato uno dei rari dirigenti d’azienda, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del Novecento, a porre l’attenzione sul rapporto tra industria, scienza e natura, Volponi fu anche un grande intellettuale, impegnato nel teorizzare i fondamenti di questo stesso rapporto, sia in chiave saggistica, sia che in chiave creativa, componendo, fra gli altri, poemetti e poesie dall’inequivocabile titolo zoofilo, quali Cugina volpe, Il ramarro (Volponi 1980), Il cavallo di Atene (dove al verso 63 si legge «Sono io il cavallo impazzito», Volponi 1990), nonché romanzi, come Liberare l’animale, poi ribattezzato Corporale (Volponi 1974), programmaticamente teso a indagare i confini dell’animalità umana, o Il pianeta irritabile, che agli animali assegna il ruolo di eroi protagonisti (Volponi 1978).

Secondo Volponi, in effetti, i poeti sarebbero i «custodi degli animali», nonché «un poco animali essi stessi» (Volponi 1982, p. 695). In questa dichiarazione di poetica, l’autore si riferisce in primo luogo a se stesso, quindi a tutti i poeti, che nel loro essere custodi degli animali esprimono a loro volta una vocazione universale: «in ogni realtà – dichiara infatti Volponi – la natura e gli animali vengono sentiti e recuperati con originaria vitalità […]. La loro bellezza è assunta e vissuta […] a affermazione di sé» (Volponi 1982, p. 694). In ogni realtà, dunque, accadrebbe ciò, tuttavia, «più degli altri», i poeti possono conoscere la natura e gli animali, perché sono capaci di guardare «all’interno di sé» (ivi, p. 695): si tratta di uno slancio al contempo lirico e scientifico, poiché davanti alla natura, fosse una collina o un passero, il poeta non si incanta, «per smemorarsi o sparire nella natura», ma per ritrovare se stesso nella natura e nell’animale, in modo da conoscere «la natura e anche gli animali come vita e vitalità anche propria e non soltanto come paesaggio o brano di bellezze stereotipate e consumate come capita invece alla grande maggioranza degli uomini» (ibidem). Nella vita della natura le autrici e gli autori di poesie vedono dunque riflessa anche la propria vita, quindi conoscendo quella posso conoscere anche questa e viceversa, con fare euristico e non malinconico, senza incantarsi né perdersi nei luoghi comuni, nei paesaggi da cartolina, come invece accade alla maggior parte dell’umanità. «Ecco perché – conclude Volponi – in questo i poeti non sono nemmeno regressivi o indulgenti o nostalgici», ma «custodi della scienza» (ibidem). Quindi, ci dice Volponi, in quanto conoscitori della natura, a partire dalla sua indagine fuori e dentro loro stessi, i poeti sono anche custodi della scienza, intesa come conoscenza della natura.

1. La natura e l’animale al guinzaglio della società moderna

Natura, animale e scienza sembrano, perciò, poter convivere nell’universo conoscitivo del poeta, sebbene la società vada in tutt’altra direzione, come nota Volponi: «la natura è ormai stata assunta e confezionata in precise e preordinate dispense o anche nei flaconi, nelle pozioni del consumo, nelle pillole dei medicinali, o negli intervalli (3) o in certi programmi secondari della televisione» (ibidem). Questa tendenza conduce l’autore a denunciare il fatto che «la società moderna[,] che ha al guinzaglio sia la natura che l’animale, non tend[e] soltanto ad addomesticare questi attraverso un’infinità di operazioni, di sottrazioni, di innesti e di trapianti, ma soprattutto i loro corrispondenti e fratelli, quelli interni e vivi dentro gli uomini» (ivi, p. 696).

Qui Volponi pone un problema politico, che ha conseguenze nella tutela dell’ambiente e della psiche, ma per intenderne la reale portata è necessario illuminarne la matrice filosofica, poiché la tendenza della società moderna ad addomesticare natura e animale, come se fossero enti estranei all’umanità, si fonda su un errore, già denunciato da Baruch Spinoza: «Plerique qui de affectibus et hominum vivendi ratione scripserunt – notava Spinoza nell’Etica –, videntur non de rebus naturalibus quæ communes naturæ leges sequuntur sed de rebus quæ extra naturam sunt, agere» («la maggior parte degli uomini che hanno scritto sugli affetti e sulla maniera di vivere degli uomini sembra che trattino non di cose naturali che seguono le leggi della natura, ma di cose che sono fuori della natura»), ignorando che «naturæ leges – continua Spinoza – et regulæ secundum quas omnia fiunt et ex unis formis in alias mutantur, sunt ubique et semper eædem» («le leggi e le regole della natura, secondo le quali tutto avviene e si muta da una forma all’altra, sono dovunque e sempre le medesime», Spinoza 1677).

In altre parole, l’umanità, per un errore fondato sull’ideologia antropocentrica, tende a proiettare fuori di sé la natura, dimenticando di essere essa stessa natura, in tutto e per tutto. L’umanità inoltre spinge nelle proprie profondità l’animale, rimuovendolo come se fosse un trauma da cancellare. Così facendo, tuttavia, l’umanità respinge sia la natura esterna che quella interna, ovvero, per seguire l’analisi di Volponi, neutralizza, con l’artificio (pillole e immagini), la propria irriducibile naturalità. L’umanità compie questa operazione attraverso dei dispositivi, foucaultianamente intesi, che hanno lo scopo di individuare, isolare e reprimere le componenti divergenti, non conformi al controllo totale della vita e alla sua riproducibilità addomesticata. Questi dispositivi sono nati per escludere la componente irriducibilmente animale dell’umanità, perché essa è improduttiva, cioè non conforme alla razionalità dell’economia e della società capitalistica. Tali dispositivi, che Volponi individua nella loro dimensione micro, riferendosi soprattutto agli psicofarmaci, si riflettono, a livello macro, in istituzioni che presentano nella loro stessa architettura le forme del contenimento dell’animale: le sbarre e le gabbie del moderno carcere e dello zoo moderno, creati nel Settecento; i lacci, le celle e le torture dell’ospedale psichiatrico (Foucault 2003) e del mattatoio, nell’Ottocento; i campi di sterminio nel Novecento. In particolare, grazie al celebre aforisma di Adorno Gli uomini ti guardano (ispirato al libro di Paul Eipper, Le bestie di guardano), possiamo associare, nel segno della pericolosa rimozione dell’animalità, il mattatoio al campo di sterminio, due realtà apparentemente così distanti: «Forse lo schema sociale della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli ebrei come uomini. L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità [di esistenza] si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte [come nel mattatoio] colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse dagli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale» (Adorno 1951, p. 117).

Riferendosi all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, quando il discorso capitalista e i suoi dispositivi sono ormai diventati pensiero unico e sistema dominante, Volponi parla di «una grande, unitaria, uniforme, massiccia avanzata» che «sconfigge la natura e l’animale, disbosca l’Amazzonia e cattura le ultime balene, e insieme abbatte le foreste della fantasia[,] della voglia, della fioritura del desiderio, del canto, del rinnovamento all’interno, nell’animo degli uomini» (Volponi 1982, p. 696).

Questo è lo scenario a tinte fosche della società capitalista, criticata da Volponi a più riprese e in particolare nel romanzo Le mosche del capitale (Volponi 1989), uno scenario che oggi vediamo, lungi dallo schiarirsi, virare sempre più e con maggior frequenza al plumbeo. Si tratta di una società in cui l’artificiale è diventato naturale, sostituendosi alla natura e duplicandola, assieme all’animale, nella virtualità televisiva (Baudrillard 1995) e nelle profondità dell’animo umano. Volponi rende plasticamente questo processo, descrivendo l’avanzata della società che «abbatte e sprofonda sempre più gli occhi e il fiato dei loro interni e interiorizzati animali, della loro dolce animalità, attraverso l’ingresso violento, pari appunto a quello delle ruspe nell’Amazzonia, di immagini, norme, intimidazioni, abbreviazioni di ogni tipo, fino ad ammansire a spegnere del tutto l’ansietà, l’irrequietezza, la carica, la spinta animale» (Volponi 1982, p. 696).

Volponi legge a modo suo il dispiegarsi del discorso capitalista e dei dispositivi ad esso collegati, che tendono a fissare in immagini la natura, compresa quella natura parlante che è l’essere umano, quindi a normarla, per poterla recintare, penetrare, commerciare, e ridurla infine in uno stato di oppressione permanente, in modo da consentirne più agevolmente il controllo, lo sfruttamento e l’espropriazione, attraverso un processo paradossale per cui l’animale politico, lo zoòn politikòn aristotelico, ignaro ormai della sua animalità, si identifica con gli oggetti, proiettandosi all’esterno, reificandosi, in serialità oggettuali, virtualmente infinite. Già Marx aveva notato questo processo, ma Volponi lo legge in termini esistenziali, notando come il processo risponda a un bisogno dell’umanità di esorcizzare, in questa identificazione con l’inanimato, l’angoscia del suo stato mortale, da cui, come insegnava già Seneca nel De brevitate vitae, viene l’ansietà, di cui parla Volponi.

Per rendere profittevole la sua spinta animale, l’animale umano finisce per ingabbiare se stesso in un recinto di artifici, di oggetti inanimati che gli restituiscono un’immagine azzimata e pigmalionica di sé, arrivando persino, nella sua ansia di immortalità, a immaginare di clonare se stesso, oltre che la realtà. Ma nel compiere questo rituale l’animale politico, ignaro ormai della propria animalità, finisce per restare mortalmente vittima della sua animalità repressa, che continua a dispiegarsi nella voracità globale dei consumi da alimentare senza sosta.

Invece, insegna Volponi, «l’uomo deve riconoscere la propria animalità, tirarla fuori e averla in corrispondenza», perché la spinta animale, «se ridondante, e se lasciata a se stessa, può essere angosciosa, e anche produttrice di spinte ed eventi, appunto, bestiali, selvatici, animaleschi, nel termine più brutale della parola» (Volponi 1982, p. 696). Detto altrimenti, a furia di ignorare e rimuovere la nostra animalità, essa finisce prima o poi per manifestarsi con i caratteri tipici di ciò che è rimosso, in una serie di sintomi, che gli psicoanalisti ricondurrebbero alla sfera del disturbo psichico. Così, nota Volponi in Etna: natura e scienza, un saggio che aggiorna tramite il pretesto di un caso particolare (l’eruzione dell’Etna) le riflessioni di Natura e animale, «il comportamento che ignora la natura è così profondamente generale e normativo da avere addirittura suscitato nuove categorie di trasgressioni, al di là delle ormai riconosciute e omologate nevrosi e psicosi, definibili con i termini di perversione e fobia» (Volponi 1983, p. 173). E sappiamo tutti quanto perversioni e fobie possano condurre chi le manifesta in maniera incontrollata a essere rinchiuso in gabbia, fosse il carcere o un reparto psichiatrico, proprio come un animale: giusto contrappasso per chi ha rimosso la propria animalità.

Mentre, proprio perché «è un trasgressore e un malato riconosciuto da tempo immemorabile e che non deve essere curato» (4), Volponi si domanda se il poeta abbia ancora «il compito di custodire e svelare la natura» (ibidem).

2. Storia della perdita della natura

Se desiderassimo recuperare un rapporto con la nostra animalità perduta, che ormai stentiamo persino a riconoscere, dovremmo ripercorrere innanzitutto le tappe della perdita della natura stessa: nel saggio Etna: natura e scienza, Volponi indica l’inizio dell’abbandono della conoscenza e di ogni rapporto con la natura nelle esplosioni atomiche del 1945, definite in Natura e animale «un taglio immenso, un grande svisceramento» (Volponi 1982, p. 690). La coscienza piena di questa separazione è presente tuttavia soltanto nei «primi», sostiene Volponi riferendosi con tutta probabilità agli abitanti del cosiddetto primo mondo, perché «gli altri» si sono limitati a comprenderla, «più o meno» e in seguito, «in vari tempi propriamente tecnici secondo i diversi gradi di sviluppo e di sottosviluppo», accettando «questa lontananza da quei giorni a quelli fatali della conquista della luna» (Volponi 1983, p. 172).

Per quanto riguarda l’Italia l’allontanamento è avvenuto negli anni Cinquanta e Sessanta, «con l’espansione massima dell’industria meccanica dell’auto, della raffinazione del petrolio, dell’esodo dalle campagne e dal sud; con l’accesso alle autostrade, il boom edilizio, la Tv» (ibidem). Qui Volponi parla a ragion veduta e per cognizione di causa, poiché egli è nato nell’ambiente agreste di Urbino, quando ancora quell’ambiente era dominante nella vita della maggioranza degli Italiani, ma in giovane età, per ambizione e per lavoro, ha scelto di trasferirsi nei grandi centri della produzione, dove più chiara appariva la separazione, ovvero prima a Roma poi a Ivrea, come narra in chiave romanzata nel suo primo (perché iniziato a scrivere per primo) e ultimo (perché pubblicato per ultimo) romanzo, La strada per Roma (Volponi 1991).

Egli ha visto con i suoi occhi l’esodo dalle campagne, perché anche lui ha partecipato a quell’esodo, evocandone la versione più consistente e vistosa, quella dell’esodo dal Sud, in una intensa pagina di Sipario ducale, e parlandone, per bocca del suo allucinato protagonista Gaspare Subissoni, come di un fenomeno che «ha spappolato e smidollato il Sud con cent’anni di razzia di schiavi peggio che non abbiano fatto in mille anni i saracini» (Volponi 1975, p. 187). Esodi e razzie di schiavi che si perpetuano da secoli, appunto, su scala globale, e continuano ancora oggi.

Dopo gli anni del boom atomico mondiale e durante quelli del boom economico italiano, sentenzia Volponi nel suo saggio sull’eruzione dell’Etna, «è praticamente e mentalmente cessato ogni tipo di lavoro sulla natura e insieme con la natura. Quando gli orari, le abitudini, i cibi, la lingua non hanno più seguìto le condizioni e i modi di una occupazione sempre più comoda e armonica della terra (nella quale economicamente è compresa anche l’acqua, dice Karl Marx) e dei suoi beni» (Volponi 1983, p. 172).

Quando scriveva quelle parole Volponi era all’inizio degli anni Ottanta, in cui negli uomini trionfava «ormai e sino allo spasimo la cura del loro rapporto con la società della scienza e dell’industria, della loro circolazione tra i vari cerchi sovrapposti verso il potere dell’artificio», per avvicinarsi sempre più «alle scintille e alla scossa del denaro, identità vera dell’artificiale» (ibidem).

In effetti, negli anni Ottanta, in Italia, si diffuse, attraverso le tv commerciali di Silvio Berlusconi e tutto l’apparato mediatico neoliberista, il mito del denaro, lo yuppiesmo, come Eldorado falsamente alla portata di tutti, perché a portata di televisione e di telefono, veicoli di fantasmatico arricchimento tramite i quiz a premi. Il paradosso sarebbe dovuto saltare all’orecchio di qualsiasi persona fosse in grado di usare un vocabolario per ricostruire l’etimologia delle parole: in entrambi gli strumenti (telefono e televisione) il prefisso tele- indica infatti lontananza. Ma come pensare all’etimologia, se più della metà degli Italiani, per colpa della loro storia, della loro lingua e negli ultimi trent’anni anche delle televisioni berlusconiane, non legge neanche un libro all’anno (ISTAT 2013)?

Nel suo saggio sull’Etna Volponi prosegue quindi con una lucida analisi del processo di estraniamento dell’uomo dalla natura («tutto questo avviene fuori e contro la natura», in contrapposizione al movimento che invece dovrebbe essere dentro e incontro alla natura), coerentemente con l’impostazione generale di una società fondata sull’economia estrattiva: «Anche il semplice prelievo dei suoi beni, detti materie prime, è violento» (Volponi 1983, p. 172).

L’artificiale ha finito per dominare ovunque, anche tra «i popoli che vivevano di pastorizia», ma i cui pascoli si sono ormai desertificati, laddove non si ha il potere di «costruire e usare nulla di artificiale e nemmeno artificialmente immaginarsi un rimedio» (ibidem). In questa situazione il poeta non può nulla, è colpito da cecità, sordità e afasia, o meglio «egli può solo vedere la vista degli occhi, udire l’udito delle orecchie, parlare la lingua della lingua. Egli è ormai il poeta dei poeti» (Volponi 1983, pp. 173-174).

La società della riproducibilità artificiale, del dominio dell’artificiale consente, infatti, solo di esperire il mondo come replica: «l’arte – segnala Volponi – è l’artifizio dell’arte; il denaro del denaro; la produzione della produzione»; «il sonno, il gusto, l’appetito sono naturalmente prodotti dall’artifizio», per via di pillole, dolcificanti, integratori. «Gli uomini – nota l’autore – partecipano alla costruzione, all’uso e allo scambio dell’artifizio artificialmente come artificialmente possono essere esclusi da una o da tutte queste fasi. La natura è diventata un artificio connesso alle loro diverse posizioni: energia, crisi, prodotto, compenso»; il desiderio «è rango, retribuzione, droga», l’amore «sesso, costume, finzione»; la malattia «organizzazione dei servizi» e così via per tutto il resto: la morte, la famiglia, la scuola, la città, la Tv (ivi, p. 174).

Persa la natura, come luogo della conoscenza e della ragione, «si è perso il senso della lingua, della storia, della persona, del lavoro, di qualsiasi sistema di relazioni» (ibidem). In altre parole si è perso il senso dell’esistenza e dell’Essere, in quanto dicibile. Al panta rei di Eraclito, alla mutevolezza della natura, all’ininterrotto flusso naturale dell’Essere si sostituisce, in effetti, nell’incipit della Mosche del capitale, l’immagine perturbante dell’ininterrotto flusso artificiale di capitali: «Dormono tutti o quasi […]: fermi uomini animali edifici […]. Dormono anche gli impianti, i forni, le condutture […]. E mentre tutti dormono il valore aumenta, si accumula secondo per secondo all’aperto e dentro gli edifici. […] Ogni cinque minuti scatta il calcolo degli interessi, ogni dieci quello del tasso di inflazione, ogni mezz’ora, avendo intanto percorso il giro del mondo, l’indice di costo delle principali materie prime» (Volponi 1989, pp. 7-9).

La mutazione dunque si è compiuta: l’artificiale, incarnato nel flusso dei valori di un mondo totalmente mercificato, è stato sostituito completamente al naturale, divenendo una sorta di seconda natura, non solo in quanto habitus e habitat, ma in quanto riproduttrice di oggetti e creature, esattamente come la prima, di cui l’umanità ha colto le leggi, sfruttandole a proprio vantaggio, al servizio dell’interesse privato.

3. Che fare?

«Allora, come possiamo ritrovarci e salvarci insieme con la natura?» si chiede il custode degli animali e della scienza (Volponi 1983, p. 175). Di certo, non recintando ancora la natura, con parchi riserve oasi, antitetiche enclosures che contrapponendovisi affermano lo stesso principio delle privatizzazioni, o dandoci al nomadismo beat, bensì «recuperando l’entità morale della natura come matrice, strumento e fine degli uomini, e anche prosecuzione», perché «la natura può essere salvata soltanto con gli uomini, reintegrando l’un[a] e gli altri nella unità di cosa e di persona e poi sommabile e moltiplicabile come si voglia» (ibidem). Ma come si potrebbe recuperare dunque questa entità morale della natura come matrice? Innanzitutto in modo individuale e istintivo, con una reazione uguale e contraria a quella della società tecnologica che nega la verità, perché nega la natura, quindi con un moto di liberazione dell’«animalità istintuale e spontanea» che «si raffigura come negazione della moderna società industriale» (Tchehoff 2009, p. 133). Questa pratica è teorizzata e narrata in Corporale (Volponi 1974).

Poi si può recuperare in modo collettivo e riflesso: per reintegrare ideologicamente la natura e gli uomini nell’unità di cosa e di persona, unità che solo un’arte fondata sulla scienza può individuare e cogliere, è necessario tornare alle origini di quel processo di riscoperta della natura e dell’uomo che chiamiamo Umanesimo-Rinascimento, ripreso dopo la parentesi della subordinazione di entrambi al principio teologico durante il Medioevo cristiano (5).

Questa reintegrazione era già stata promossa da Volponi in un suo saggio del 1968 su Masaggio, Il principio umano della pittura-scienza (Volponi 1968). In effetti, Masaccio, agli occhi dello scrittore, «si muove, si arrovella, guarda, sbatte, tasta le cose che ha intorno, stabilisce le dimensioni del suo mondo dall’angolo di una casa a una collina» e così facendo, «attraverso la novità della prospettiva», fonda «l’arte sulla scienza» (ivi, p. 92), con la pratica rivoluzionaria di una pittura che da arte meccanica viene elevata alla dignità delle arti liberali, all’interno dell’ideale quattrocentesco di una «cultura unitaria da contrapporre e sostituire a quella totale teologica», che si realizza contemporaneamente all’ideale conoscitivo del mondo attraverso la logica concreta della pittura-scienza, i cui principi di «oggettività razionalistica[,] in cui la storia si riduce […] e si fissa sotto l’ordine invisibile delle relazioni matematiche» (ivi, p. 93), verranno teorizzati un secolo dopo da Leonardo nei suoi appunti, pubblicati postumi, nel 1651, nel Trattato della pittura: «E veramente questa è scienza e legittima figlia di natura, perché la pittura è partorita da essa natura» (Di Vinci 1651, p. 27). Lo stesso compito spetta al poeta: ut pictura poiesis.

Una volta ritrovata, istintivamente prima, poi culturalmente, ideologicamente, l’unità, perché sia «sommabile e moltiplicabile come si voglia», è necessario passare alla sfera della produzione, usando scientificamente i fenomeni naturali, come l’eruzione dell’Etna o ai giorni nostri le radiazioni solari, «per scopi convenienti a tutto l’ambiente naturale e sociale» (Volponi 1983, p. 175). Questa, però, è solo l’utopia di una personalità che Massimo Raffaeli ha perfettamente fotografato nell’endiadi Don Chisciotte e le macchine (Raffaeli 2007), perché la realtà fattuale è tutt’altra, come dimostra la fallimentare vicenda professionale del manager Volponi, estromesso dal suo mondo di provenienza: «la scienza è mutata, ma quasi soltanto per arricchire se stessa e ridurre gli uomini alla mercè sua e dei suoi maghi. […] Non sta già sprecando troppo con le sue sofisticate reazioni[,] equazioni, fissioni, accantonando miliardi di uomini ai margini della sua base, nel sottosviluppo e nell’inedia tanto da togliere loro perfino la coscienza di stare soffrendo la fame?» (Volponi 1983, p. 176). Così l’utopia finisce per rovesciarsi in distopia: concludendo il suo intervento intitolato Natura e animale, Volponi notava che la sparizione dell’uomo fra cinquantamila anni, ipotizzata da uno studio pubblicato all’epoca dall’«Economist», sparizione che lascia campo libero all’affermazione di animali mutanti in competizione tra loro (daini-coniglio contro ratti-cane), sarebbe semplicemente il ritorno del rimosso, sotto forma della «parte più brutta dell’animale introiettato», «il vecchio topo di fogna» che sta dentro ciascuno di noi, «quello che fa schifo e dà ripugnanza anche ai poeti», e che ha preso il sopravvento, «mutandosi del tutto in questo», pronto per partire su «un’astronave, ben attrezzata e ben pilotata, verso altre galassie; con una sola spinta, alla fine: quella di trovare la galassia dell’oro» (Volponi 1982, pp. 697-698). Dallo slancio vitale, verrebbe da chiosare, con cui si è aperto il Novecento, al lancio ferale, con cui si è concluso: il rovesciamento del mito argonautico, esaltato come impresa da emulare persino da Dante nella Commedia, è compiuto.

In Etna Volponi riprende sinteticamente l’allegoria, domandandosi: «Che scienza sarebbe quella che riuscendo a superare il mondo e a sottometterne altri potesse, come volesse, al momento del viaggio portare con sé solo una parte degli uomini?», per concludere che «la natura è stata stravolta e che tra gli uomini sono state segnate le masse dei condannati a seguirne la fine, come sono state scelte le schiere di coloro che mutandola si stanno essi stesso mutando» (Volponi 1983, p. 176).

Tuttavia la mutazione non è negativa in sé, anzi può essere occasione di palingenesi, come testimonia la ricerca, da parte del protagonista di Corporale, di un rifugio atomico, un’«arcatana», in cui rintanarsi per aspettare lo scoppio della bomba e uscire mutato in un altro essere (Volponi 1974). Del resto, la mutazione è iscritta nel codice generativo della natura e persino l’artificiale non sfugge alle sue leggi, perciò, per ritrovare la propria naturalità, l’umanità dovrà riconoscere che la natura abbraccia anche l’artificio, ennesimo trucco della natura per mascherarsi. All’umanità spetta dunque il compito di guardare, conoscere e custodire, in una parola riguardare tutto ciò, per poterlo governare e non esserne schiava.

(1) Una circostanza fortunata consente ormai di fruire dell’opera omnia di Volponi, avendone Einaudi disposto la riedizione integrale.

(2) Il testo è stato antologizzato, in versione ridotta, assieme ad altri importanti studi su temi analoghi, nel volume Del naturale e dell’artificiale (Volponi 1999), e ripubblicato in seguito, integralmente, nel secondo tomo di Romanzi e prose (Volponi 2002bis). Entrambi i volumi sono stati curati da Emanuele Zinato.

(3) Gli intervalli a cui si riferisce Volponi sono naturalmente quelli televisivi, ovvero quel «periodo di tempo che intercorre tra un programma e l’altro, colmato da un segnale predefinito in modo che lo schermo non vada “a nero” (assenza totale di segnale). […] In passato l’intervallo era molto frequente e veniva riempito con un nastro ad anello che proponeva pecore al pascolo accompagnato da un distensivo sottofondo di arpa» (Grasso 2002, p. 346).

(4) Il poeta non deve essere curato, non perché non sia malato, ma perché, sin dai tempi del Cicerone delle Tuscolanae disputationes, può curarsi da solo, attraverso quella che nel Novecento verrà definita dagli psicoanalisti l’autoanalisi.

(5) Volponi riconosce che la perdita della natura e dell’animale inizino con il cristianesimo, che «non ha un grand rapporto con la natura, diciamo un rapporto profondamente conoscitivo, con la natura, di interesse e qualità scientifici, tant’è vero che fa delle sue bellezze addirittura delle tentazioni e dei peccati e che allontana l’animale e lo condanna all’imperfezione di essere, poverino […] del tutto diverso dall’immagine di Dio, e quindi piuttosto diabolico, coperto […] di orridi peli, zanne, corna, portatore di artigli, ecc., e soprattutto della coda; e la coda è la caratteristica principale del diavolo» (Volponi 1982, p. 691).

Adorno T.W. (1961) Minima moralia, trad.it. Minima moralia, Einaudi, Torino, 1994

Baudrillard J., (1995) Le crime parfait, trad. it. Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996

Ceserani R., (1997, ristampa 2006) Raccontare il postmoderno, Bollati Boringhieri, Milano

Da Vinci L., (1651) Trattato della pittura, http://www.liberliber.it/mediateca/libri/l/leonardo/trattato_della_pittura/pdf/tratta_p.pdf

Foucault M., (2003) Le pouvoir psychiatrique. Cours au Collège de France. 1973-1974,

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Grasso A., (2002) Dizionario della televisione, Garzanti, Milano

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