Critica dell’informazione. Laboratorio di Giornalismo (1^ puntata)

cani da guardia

La realtà che ci circonda è profondamente influenzata, se non addirittura “prodotta”, come alcuni sostengono, dai mass media (giornali, radio, televisione, internet). Pensiamo, per esempio, ai grandi fenomeni, come quello dell’inquinamento atmosferico, della violenza urbana, del terrorismo, che salgono all’onore delle cronache, per un certo periodo, invadendo l’intero spazio percettivo, l’intero immaginario collettivo, per poi scomparire, sostituiti da altre notizie più scottanti, da nuovi fenomeni più sensazionali. Le campagne d’informazione, che portano tali fenomeni alla ribalta, si scatenano molto spesso indipendentemente da ogni volontà, che non sia quella, da parte dei mass media, di cavalcare l’onda del momento, di far leva sulle emozioni e in questo modo di aumentare i profitti, vendendo più copie e più spazi pubblicitari, poiché, come noto, se suggestionata, la maggioranza della popolazione si lascia trasportare, abbandonando ogni sorveglianza e ogni impegno critico.

Il quarto potere. Storia del giornalismo

Analizzare la storia dei giornali significa interrogarsi sulla struttura di questi come di tutti gli altri mass media, loro eredi. Come ci ricorda, fra gli altri, Paolo Murialdi, nella sua Storia del giornalismo italiano (ed. il Mulino), i giornali si sono sviluppati, alla stregua di altri strumenti di controllo, all’interno delle corti e delle grandi città, a partire dall’inizio del XVII secolo, e sono sempre stati controllati dai gruppi dirigenti, prima dai principi e dal loro entourage, poi dai grandi imprenditori, infine dalle multinazionali, tranne le rare parentesi rivoluzionarie in cui è fiorita una stampa veramente libera e indipendente.

In altri periodi della storia umana, sono stati altri i canali, i media, attraverso i quali i “potenti”, i “padroni” avrebbe detto Hegel, hanno imposto alla popolazione la propria visione del mondo, basata, in larga misura, sulla violenza, la competizione, l’individualismo, e l’ubbidienza. Parliamo naturalmente della letteratura, del teatro, e degli spettacoli circensi, i quali potrebbero essere paragonati ai moderni show televisivi, al calcio, ai romanzi di consumo, voluti e controllati dai magnati della politica e dell’industria.

Il fatto nuovo della modernità, però, a partire almeno dalla rivoluzione francese, è la dichiarazione del diritto inalienabile di ogni cittadino alla libertà di parola e di espressione, e più tardi, del diritto all’informazione. Tali diritti hanno donato ai giornalisti un potere enorme, tanto da trasformare i giornali, nel corso del XIX secolo in vere e proprie armi da combattimento, non a caso strumentalizzate dalle maggiori fazioni in lotta. In Italia ricordiamo che hanno svolto attività di pubblicisti quasi tutti i protagonisti del Risorgimento, da Balbo a Cavour, da Foscolo a Mazzini. E fu proprio Mazzini, il quale lo ricordiamo fondò la sua attività politica proprio su giornali come il periodico «Giovine Italia», organo ufficiale della omonima associazione politica fondata a Marsiglia nel 1831, di cui furono pubblicati sei fascicoli, fino il 1834: Mazzini definì la stampa «la sola potenza dei tempi moderni», anticipando la definizione, coniata sempre nel XIX secolo, della stampa come “quarto potere”.

Affinché la stampa, però, possa sperare di bilanciare, in quanto quarto potere, gli altri tre – il legislativo, il giudiziario, l’esecutivo -, il giornalista non deve solo chiedere che il diritto alla libertà d’espressione sia rispettato, deve trasformare tale diritto in un dovere. Tanto più nel momento in cui al di sopra di tutti i poteri dello Stato si eleva il potere internazionale dell’economia e del commercio, che potremmo definire come il quinto o meglio come il quintessenziale.

Per far capire, tuttavia, come il diritto-dovere alla libera espressione da solo non basti a garantire la pluralità e la correttezza dell’informazione, vorremmo proporre, prima di concludere questo nostro breve intervento, una rapida analisi della struttura dei giornali. Cercando di indicare, infine, una possibile soluzione al problema della sistematica manipolazione dell’informazione.

Quadri informativi. Struttura del giornale

Se si prende in mano un giornale, dal quotidiano (formato “lenzuolo” o tabloid) alla rivista (formato news magazine), se si sfoglia un giornale, si può notare che esso è strutturato come un insieme di quadri, fatti di immagini e parole. Ciò gli dona un aspetto di completezza, che ne garantisce in qualche modo la legittimità. In realtà, anche il giornale, come ogni sistema di simboli, ha una sua struttura ed è regolato da alcune leggi.

A seconda del tipo di giornale, queste leggi cambiano, ma la struttura non cambia. Il giornale è un insieme di simboli nato e sviluppatosi per informare. E per informare è essenziale attirare l’attenzione dell’interlocutore, oltre che fornire un’informazione, attraverso un canale, che si collochi in un dato contesto. Ecco dunque, che l’elemento strutturale di base di ogni giornale, al di là di dove, perché, come e cosa viene detto, è il bisogno di attirare l’attenzione del lettore.

Al tempo delle Gazzette privilegiate, questo bisogno era meno sentito, perché l’attenzione era garantita dal contesto stesso e dall’appartenenza dell’emittente e del destinatario alla stesso ristretto gruppo, alla stessa ristretta classe dirigente, i soli privilegiati a saper leggere e scrivere. Con la rivoluzione industriale, l’ampliarsi del pubblico e il differenziarsi delle classi di lettori, questo bisogno si fa sempre più incalzante e generalizzato. L’aumento del numero delle pagine, l’introduzione dei romanzi a puntate, delle foto e, addirittura, dei colori, risponde proprio a questo bisogno.

Come se non bastasse, a tutto ciò si aggiunge la necessità di privilegiare, per questioni di spazio, all’interno del sistema di simboli, certe notizie piuttosto che altre. Ciò dipende naturalmente dalla politica editoriale di ciascun giornale, che però molto spesso è difficile da decifrare con precisione. Ciò influenza naturalmente la natura della notizia, del messaggio, condizionata da logiche altre, rispetto al diritto all’informazione e alla libertà di espressione. In alcuni casi la notizia passa addirittura in secondo piano, a favore di altre componenti simboliche. O diventano notizie anche i faits divers, cioè i fatti di cronaca nera, e i pettegolezzi sulla vita della star. Un quotidiano pieno di foto, di notizie “utili” e di faits divers nella sua struttura non è dissimile dai rotocalchi, per cui attirerà facilmente gli inserzionisti, rassicurati dalla mescolanza consolatoria di informazione e intrattenimento (infotainment), i quali a loro volta forniranno i capitali necessari in grado di imporre il media in questione sul mercato, distribuendolo capillarmente, anche con stock di copie gratuite, che gonfiano le vendite e attirano ancora più inserzionisti, in un circolo vizioso che mette al riparo il giornale da eventuali mancanze a livello dell’attendibilità del messaggio. In generale, peraltro, anche per quanto riguarda i quotidiani più autorevoli, non vi è alcuna certezza, non tanto dell’autenticità della notizia, quanto piuttosto della politica editoriale che spinge a privilegiare certe notizie invece di altre.

Osservatòri. Chi sorveglia i sorveglianti?

Per il fiorire incontrollato dell’infotainment, delle grandi concentrazioni massmediatiche e della logica del profitto applicata al mondo dell’informazione, sono nate associazioni e giornali che si sono dati il compito di criticare i primi. In Francia, per esempio, tale compito è assolto da Acrimed, un’associazione fondata nel 1996 da allievi del sociologo Pierre Bordieu, che opera un’attenta critica dei media francesi, tramite pubblicazioni cartacee (un Bulletin, pubblicato in 10 numeri tra 1996 e 2001, un Magazine, pubblicato in 4 numeri tra 2007 e 2008, alcuni libri e, dal 2011, un nuovo Magazine trimestrale) e online (il sito http://www.acrimed.org, .pdf, ecc.), a cui collaborano giornalisti professionisti impegnati, engagé. Dal 2000 al 2005 è apparso anche un bimestrale satirico dal titolo «PLPL» (Pour lire pas lu), tra i cui principali collaboratori vi era Serge Halimi, attuale direttore responsabile del più diffuso mensile di geopolitica al mondo, «Le Monde Diplomatique». Tra 2002 e 2006, infine, è stato attivo un Osservatorio dei media, a cui aderivano Acrimed e altre realtà indipendenti. A livello internazionale, esiste infine un sito internet appartenente al circuito di media indipendenti Indymedia. In Italia, a parte il sito della sezione piemontese di Indymedia, l’unica sopravvissuta al progressivo dissolvimento della rete, non vi è nulla di simile, sebbene i quotidiani «il manifesto» e «Il Foglio», nonostante si occupino raramente di critica diretta dell’informazione, rappresentino opposti punti di riferimento, nella vasta rete dei giornali d’opinione, tra una selva di organi più o meno indipendenti. Nel nostro paese l’ingrato compito di analisi e critica dei media è assolto, in parte e saltuariamente, dalle rassegne stampa, dalla rete di radio libere, in particolare quelle aderenti a Radio Popolare Network, da altri piccoli media indipendenti, alcune università e associazioni. Tali media, luoghi e strumenti sono però osteggiati, persino dai professionisti più progressisti e restano sconosciuti alla massa.

Lettura comparata dei media. Per una critica dell’informazione

Una possibile soluzione per risolvere il problema della manipolazione dell’informazione e della costruzione del consenso è diffondere, attraverso l’iniziativa autonoma, le scuole e le altre istituzioni, innanzitutto l’abitudine alla comparazione fra i vari media, a partire dai giornali, alla conoscenza della loro appartenenza politica ed economica, sviluppando lo spirito critico e la propria cultura.

La lettura dei giornali, come degli altri strumenti di informazione e apprendimento, resta infatti il solo metodo per vivere in maniera responsabile in società. Almeno fino a quando la società sarà fondata, come lo è stata da Omero sino ai giorni nostri, sulla logica del profitto individuale, cioè sull’utilizzo della menzogna e del raggiro.

La libertà di espressione e di informazione, che sola può impedire che la società crolli sotto il peso della logica che la tiene in piedi, come periodicamente succede, dovrà per questo sempre coincidere con il diritto alla certezza e alla verità.

Cityzen journalism a scuola. Per un’informazione critica

La lettura comparata dei media non basta per fermare il bombardamento mediatico, per cui bisogna invertire il flusso d’informazioni, agendo direttamente sulla produzione indipendente e la diffusione di contenuti: alla pars destruens deve infatti seguire sempre una pars costruens, capace di interrompere la replicazione dell’esistente, avviando un ciclo comunicativo critico. È necessario quindi incentivare la libera produzione di contenuti informativi, secondo i principi del giornalismo partecipato, fornendo a tutti gli strumenti per creare nuovi media liberi e dialettici, non per aumentare il “rumore” e confondere ancora di più le acque, ma per fornire a tutti gli strumenti per informare e informarsi. La pluralità di informazioni, purché non appartenenti a una stessa matrice, non nuoce alla conoscenza, anzi la incentiva e l’accresce.

Con lo sviluppo della tecnologia, dei media e del web 2.0, che consentono una forte interattività tra produttori e fruitori di informazioni, tanto da poter trasformare i secondi in primi, l’attività giornalistica si è aperta al contributo di tutti i cittadini, dando vita al cityzen journalism (in italiano, giornalismo partecipativo).

Stando all’enciclopedia online Wikipedia, fonte da considerarsi autorevole in materia, essendo anch’essa fondata sui principi della partecipazione e del mediattivismo, in Italia le piattaforme principali di giornalismo partecipativo sono tre: Kattaelle.net della giornalista freelance Katiuscia Laneri; AgoraVox Italia (agoravox.it), succursale della piattaforma francese creata nel 2005 da Carlo Revelli; Blasting News Italia (it.blastingnews.com), succursale del network internazionale Blasting News.

In realtà, nel mondo della scuola questo tipo di giornalismo non professionistico è da sempre praticato, grazie a coloro che hanno ideato e realizzato periodici di istituto, coinvolgendo in prima persona la popolazione studentesca.

In ambito didattico e pedagogico, il giornalismo è un’attività che consente di sviluppare conoscenze e competenze trasversali, che hanno nello studio e nell’approfondimento della lingua italiana il loro perno, ma che coinvolgono tutti gli altri campi del sapere e della formazione, dalla storia alla geografia, dalle scienze alla tecnica.

I laboratori di giornalismo a scuola si pongono in questo contesto e rispondono all’esigenza della nuova scuola di utilizzare nella pratica formativa gli strumenti digitali (laptop, tablet, fotocamere e videocamere digitali).

Valerio Cuccaroni

[L’originale del presente scritto fu composto in occasione di una conferenza da me tenuta alla Camera di Commercio italiana a Parigi nel 2004. Il testo nella sua forma attuale è frutto di recente revisione, aggiornamento e ampliamento.]

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