«Scrivo sol per sfogar l’interna doglia»: poete del Rinascimento

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Il Rinascimento non fu solo maschile. Il RInascimento fu anche femminile: per la prima volta nella storia italiana, infatti, le donne si affacciarono sulla ribalta letteraria da protagoniste. In particolare, è noto il caso di Gaspara Stampa, considerata, senza distinzione fra maschi e femmine che si cimentarono nell’emulazione di Francesco Petrarca, una delle migliori esponenti della corrente petrarchista.

Per indagare il fenomeno delle poete petrarchiste, dando contemporaneamente la possibilità di testare le proprie competenze a un’allieva della classe quarta del Liceo Classico “Rinaldini” di Ancona, qualche settimana fa le ho lasciato il mio posto in cattedra. Pubblico in forma anonima, poiché tale vuol apparire, il condensato delle sue fatiche, da me rivisto, emendato e corretto.

«Scrivo sol per sfogar l’interna doglia»: poete del Rinascimento

1. Introduzione

1.1 Le petrarchiste: un fenomeno epocale

La fioritura cinquecentesca delle petrarchiste, ovvero di poete emulatrici della lirica di Francesco Petrarca, non è classificabile semplicemtente come fenomeno letterario, bensì rappresenta una svolta socio-culturale epocale. Per la prima volta, infatti, le donne, fino a quel momento relegate in gran parte ai confini della storia della letteratura, lasciate alle opere domestiche e concepite come comparse silenziose nella storia dell’Italia, prendono parte da protagoniste allo sviluppo di una nuova poesia e alla riforma della lingua italiane: si pensi, per esempio, all’amicizia che legava la petrarchista Vittoria Colonna al grammatico Pietro Bembo, fra i maggiori teorici della lingua e della letteratura che la nostra penisola abbia mai avuto.

1.2 L’interna doglia di Colonna, Gambara e Stampa

Le petrarchiste italiane andrebbero studiate non tanto per la loro poetica, che non presenta particolari novità rispetto a quella del modello, quanto per la capacità di introspezione che testimoniano nelle proprie poesie e per i sentimenti mai banali in esse espressi. I loro testi sono lo specchio di una società misogina, che guardava con sospetto l’emersione delle donne nella letteratura, essendo incapace di comprendere che questa nuove Saffo, prodromi di una figura femminile di poeta riconosciuta solo di recente, si servivano della tradizione petrarchesca (e in parte stilnovista) per esprimere, con armoniosa malinconia, i mali che le consumavano.

Emblematico è l’incipit delle Rime di Vittoria Colonna (Marino, Roma, 1490 – Roma 1547):

«scrivo sol per sfogar l’interna doglia».

Il verso è riferito alla morte dell’amato marito della poeta, tale Ferrante di Avalos, e al profondo travaglio religioso che essa le procurò. Sul modello del Canzoniere di Petrarca, il lutto offre a Colonna l’opportunità di suddividere l’opera fra rime in vita e in morte dell’amato.

Come Colonna anche Veronica Gambara (Pratalboino 1485 – Correggio 1550) nelle sue Rime intreccia all’amore per il marito Gilberto la meditazione sull’infelicità umana e sulla caducità della vita, in linea con la riflessione di Petrarca.

Gaspara Stampa (Padova tra il 1520 e il 1525 – Venezia 1554), infine, dedica il suo Canzoniere alla trattazione di un amore non corrisposto, di un amore che si consuma in poche ore lasciandole un segno indelebile.

1.3 Una poetica farmacologica

Qualora si prendesse in considerazione la poesia delle autrici in questione, sarà bene non dimenticarsi il lato umano, la figura femminile che si nasconde dietro un linguaggio apparentemente già consunto dalle ripetute imitazioni. È opportuno, perciò, non catalogare le petrarchiste né fra gli esperimenti di poetica rosa né come bizzarro tentativo di imitazione: esse sono le fondatrici di uno sguardo sul mondo che, servendosi di modelli preesistenti, si dà il compito, in linea con gli assunti del Decameron di Boccaccio, di sollevare le donne dagli affanni, come sosteneva il lirico Alceo, per cui la poesia è «oblio d’affanni», quindi farmakon che irrompe prepotentemente nella vita degli afflitti, senza distinzione di sesso e di estrazione sociale.

Dopo aver compreso il senso che le petrarchiste hanno assegnato ai propri versi, passiamo ora a leggere i loro endecasillabi.

2. Le poesie

2.1 Rime di Vittoria Colonna

Sonetto I

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia,
Di che si pasce il cor, ch’altro non vole,
E non per giunger lume al mio bel sole,
Che lasciò in terra sì onorata spoglia.

Giusta cagione a lamentar m’invoglia:
Ch’io scemi la sua gloria assai mi dole;
Per altra penna e più saggie parole
Verrà chi a morte il suo gran nome toglia.

La pura fè, l’ardor, l’intensa pena
Mi scusi appo ciascun, grave cotanto
Che né ragion né tempo mai l’affrena.

Amaro lagrimar, non dolce canto,
Foschi sospiri e non voce serena,
Di stil no, ma di duol mi danno il vanto.

Sonetto II

Per cagion d’un profondo alto pensiero
Scorgo il mio vago oggetto ognor presente;
E vivo e bello sì riede alla mente,
Che gli occhi il vider già quasi men vero.

Per seguir poi quel divin raggio altero,
Ch’è la sua scorta, il mio spirito ardente
Aprendo l’ali al ciel vola sovente,
D’ogni cura mortal scarco e leggiero:

Ove del suo gioir parte contemplo,
Chè mi par d’ascoltar l’alte parole
Giunger concento all’armonia celeste.

Or se colui, che qui non ebbe esemplo,
Nel mio pensier di lungi avanza il sole,
Che fia; vederlo fuor d’umana veste?

Sonetto III

La morte del Pescara rialza in Italia la insegna di Francia

Quella superba insegna e quell’ardire,
Che per la tua vittorïosa mano
Fece ogni sforzo, ogni disegno vano,
Mostra or vigor, sfoga or gli sdegni e l’ire.

Spense l’ardor del suo folle desire
Già il tuo valore invitto e più che umano,
Ché le cittadi, e i fiumi, e i monti, e ‘l piano
Gli chiudesti con suo grave martíre.

Non fortuna d’altrui, non propria stella,
Virtù, celerità, forza ed ingegno
Diero alle imprese tue felice fine.

La chiara fama qui, la gloria bella
Lassù nel ciel ti dà ‘l guiderdon degno;
Ch’uman merto non paga opre divine.

Sonetto IV

S’alla mia bella fiamma ardente speme
Fu sempre dolce nodrimento ed esca,
Ond’è che, quella spenta, l’ardor cresca,
E in mezzo ‘l foco l’alma afflitta treme?

Fugge il piacere e la speranza insieme,
Come dunque la piaga si rinfresca?
Chi mi lusinga, o qual cibo m’inesca,
Se morte ha tolto i frutti, i fiori, e ‘l seme?

Quel foco forse che ‘l mio petto accende,
Da così pura face tolse amore,
Che l’immortal principio eterno il rende.

Vive in sè stesso il mio divino ardore
Nè il nutrir manca, che dall’alma prende
Il cibo ch’è ben degno al suo valore.

Sonetto V

Alle vittorie tue, mio lume eterno,
Non diede il tempo o la stagion favore:
La spada, la virtù, l’invitto core
Fur li ministri tuoi la state e ‘l verno.

Col prudente occhio e col saggio governo
L’altrui forze spezzasti in sì brev’ore,
Che ‘l modo all’alte imprese accrebbe onore
Non men che l’opre al tuo valore interno.

Non tardaro il tuo corso animi alteri,
O fiumi o monti, e le maggior cittadi,
Per cortesia od ardir rimaser vinte.

Salisti al mondo i più pregiati gradi;
Or godi in ciel d’altri trionfi e veri,
D’altre frondi le tempie ornate e cinte.

Sonetto LXXIX

A Veronica Gambara

Lasciar non posso i miei dolci pensieri,
Ch’un tempo mi nudrir felice amando;
Or mi consuman, misera! cercando
Pur quel mio sol per strani alti sentieri.

Ma tra falsi desiri e pianti veri,
La cagion immortal vuol che, obliando
Ogn’altra cura, io viva al fin sperando
Un giorno chiaro dopo tanti neri.

Onde l’alto dolor le basse rime
Muove, e quella ragion la colpa toglie,
Che fa viva la fede e ‘l duolo eterno.

Infin all’ultim’ora quelle voglie
Saran sole nel cor, che furon prime,
Sfogando il foco onesto e ‘l duolo interno.

Sonetto CC

A Pietro Bembo

Poi che nell’alta vostra accorta mente,
Dove gran tempo han fatto albergo in pace
L’alme virtuti, entro la viva face
Del vero sol più che in ogni altra ardente;

Dal puro foco acceso, e dal possente
Raggio illustrato, quel vostro vivace
Spirto, cui per natura il vizio spiace,
Altra luce vagheggia, altro ardor sente.

Sen vanno al sommo omai le belle e vive
Grazie vostre, signor, col sovra umano
Valor che da sé scaccia ogni opra vile.

Ond’or Gesù col suo più caro stile
I gran secreti di sua propria mano
Entro il purgato cor vostro descrive.

2.2 Rime di Veronica Gàmbara

Sonetto I

Mentre da vaghi e giovenil pensieri
Fui nodrita, or temendo, ora sperando,
Piangendo or trista, ed or lieta cantando,
Da desir combattuta or falsi, or veri,
Con accenti sfogai pietosi e feri
I concetti del cor, che spesso amando
Il suo male assai più che ‘l ben cercando,
Consumava dogliosa i giorni interi.
Or che d’altri pensieri e d’altre voglie
Pasco la mente, a le già care rime
Ho posto ed a lo stil silenzio eterno.
E, se allor, vaneggiando, e quelle prime
Sciocchezze intesi, ora il pentirmi toglie,
Palesando la colpa, il duolo interno.

Sonetto II

O de la nostra etade unica gloria,
Donna saggia, leggiadra, anzi divina,
A la qual riverente oggi s’inchina,
Chiunque è degno di famosa istoria,
Ben fia eterna di voi qua giù memoria,
Nè potrà ‘l tempo con la sua ruina
Far del bel nome vostro empia rapina,
Ma di lui porterete ampia vittoria.
Il sesso nostro un sacro e nobil tempio
Dovria, come già a Palla e a Febo, alzarvi
Di ricchi marmi e di finissim’oro.
E, poichè di virtù siete l’esempio,
Vorrei, Donna, poter tanto lodarvi,
Quanto io vi riverisco, amo ed adoro.

Sonetto III

La bella Flora, che da voi sol spera,
Famosi eroi, e libertate e pace,
Fra speranza e timor si strugge e sface,
E spesso dice or mansueta, or fera:
O de’ miei figli saggia e prima schiera,
Perchè di non seguir l’orme vi piace
Di chi col ferro e con la mano audace
Vi fe’ al mio scampo aperta strada e vera?

Sonetto IV

Quando fu prima il mio signor concetto,
Tutti i pianeti in ciel, tutte le stelle
Gli dier le grazie e queste doti e quelle,
Perch’ei fosse tra noi solo perfetto.
Saturno diegli altezza d’intelletto;
Giove il cercar le cose degne e belle;
Marte appo lui fece ogni altr’uomo imbelle;
Febo gli empì di stile e senno il petto;
Vener gli diè bellezza e leggiadria;
Eloquenza Mercurio; ma la Luna
Lo fe’ gelato più ch’io non vorria.
Di queste tante e rare grazie ognuna
M’infiammò della chiara fiamma mia,
E per agghiacciar lui restò quell’una.

Sonetto V

Io assimiglio il mio signore al cielo
Meco sovente. Il suo bel viso è il sole,
Gli occhi le stelle, e il suon delle parole
È l’armonia, che fa il signor di Delo.
Le tempeste, le piogge, i tuoni e il gelo
Son i suoi sdegni, quando irar si suole;
Le bonacce e il sereno è quando vuole
Squarciar dell’ire sue benigno il velo.
La primavera e il germogliar de’ fiori
È quando ei fa fiorir la mia speranza,
Promettendo tenermi in questo stato.
L’orrido verno è poi, quando cangiato
Minaccia di mutar pensieri e stanza,
Spogliata me de’ miei più ricchi onori.

Sonetto VI

Un intelletto angelico e divino,
Una real natura ed un valore,
Un desio vago di fama e d’onore,
Un parlar saggio, grave e pellegrino, 158
Un sangue illustre, agli alti re vicino,
Una fortuna a poche altre minore,
Un’età nel suo proprio e vero fiore,
Un atto onesto, mansueto e chino,
Un viso più che il sol lucente e chiaro,
Ove bellezza e grazia Amor riserra
In non mai più vedute o udite tempre,
Fur le catene, che già mi legaro,
E mi fan dolce ed onorata guerra.
O pur piaccia ad Amor che stringan sempre!

Sonetto VII

Chi vuol conoscer, donne, il mio signore,
Miri un signor di vago e dolce aspetto,
Giovane d’anni e vecchio d’intelletto,
Imagin della gloria e del valore:
Di pelo biondo, e di vivo colore,
Di persona alta e spazioso petto,
E finalmente in ogni opra perfetto,
Fuor che un poco, oimè lassa! empio in amore.
E chi vuol poi conoscer me, rimiri
Una donna in effetti ed in sembiante
Imagin della morte e de’ martíri;
Un albergo di fè salda e costante,
Una, che, perchè pianga, arda e sospiri,
Non fa pietoso il suo crudele amante.

Madrigali

Madrigale I

Dimmi per la tua face,
Amore, e per gli strali,
Per questi, che mi dan colpi mortali,
E quella che mi sface,
Ond’avvien che non osi
Ferire il mio signore,
Altero de’ tuo’ strazi e del mio core,
In sembianti pietosi?
Ove anniderò poi,
Mi risponde ei, s’io perdo gli occhi suoi?

Madrigale II

Così m’impresse al core
La beltà vostra Amor co’ raggi suoi,
Che di me fuor mi trasse e pose in voi;
Or che son voi fatta io,
Voi meco una medesma cosa siete,
Onde al bene, al mal mio,
Come al vostro, pensar sempre dovete;
Ma pur, se al fin volete
Che il vostro orgoglio la mia vita uccida,
Pensate che di voi siete omicida.

2.3 Rime di Gaspara Stampa

Sonetto I

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime,
In questi mesti, in questi oscuri accenti
Il suon degli amorosi miei lamenti
E delle pene mie tra l’altre prime;
Ove sia chi valore apprezzi e stime,
Gloria, non che perdon, de’ miei tormenti,
Spero trovar fra le ben nate genti,
Poi che la lor cagione è sì sublime.
E spero ancor che debba dir qualcuna:
Felicissima lei, da che sostenne
Per sì chiara cagion danno sì chiaro!
Deh, perchè tanto amor, tanta fortuna,
Per sì nobil signore a me non venne,
Chè anch’io n’andrei con tanta donna a paro!

Sonetto II

Era vicino il dì che il Creatore,
Che nell’altezza sua potea restarsi,
In forma umana venne a dimostrarsi,
Dal ventre virginale uscendo fuore;
Quando degnò l’illustre mio signore,
Per cui ho tanti poi lamenti sparsi,
Potendo in luogo più alto annidarsi,
Farsi nido e ricetto del mio core.
Ond’io sì rara e sì alta ventura
Accolsi lieta; e duolmi sol che tardi
Mi fe’ degna di lei l’eterna cura.
Da indi in qua pensieri e speme e sguardi
Volsi a lui tutti, fuor d’ogni misura
Chiaro e gentil quanto il sol giri e guardi.

Sonetto III

Se di rozzo pastor di gregge e folle
Il giogo ascreo fe’ diventar poeta
Lui, che poi salse a sì lodata meta,
Che quasi a tutti gli altri fama tolle;
Che maraviglia fia se alza ed estolle
Me bassa e vile a scriver tanta pièta
Quel che può più che studio e che pianeta,
Il mio verde, pregiato ed alto Colle?
La cui sacra, onorata e fatal ombra
Dal mio cor, quasi subita tempesta,
Ogn’ignoranza, ogni bassezza sgombra.
Questa da basso luogo m’erge, e questa
Mi rinnova lo stil, la vena adombra;
Tanta virtù nell’alma ognor mi desta!

Sonetto IV

Quando fu prima il mio signor concetto,
Tutti i pianeti in ciel, tutte le stelle
Gli dier le grazie e queste doti e quelle,
Perch’ei fosse tra noi solo perfetto.
Saturno diegli altezza d’intelletto;
Giove il cercar le cose degne e belle;
Marte appo lui fece ogni altr’uomo imbelle;
Febo gli empì di stile e senno il petto;
Vener gli diè bellezza e leggiadria;
Eloquenza Mercurio; ma la Luna
Lo fe’ gelato più ch’io non vorria.
Di queste tante e rare grazie ognuna
M’infiammò della chiara fiamma mia,
E per agghiacciar lui restò quell’una.

Sonetto V

Io assimiglio il mio signore al cielo
Meco sovente. Il suo bel viso è il sole,
Gli occhi le stelle, e il suon delle parole
È l’armonia, che fa il signor di Delo.
Le tempeste, le piogge, i tuoni e il gelo
Son i suoi sdegni, quando irar si suole;
Le bonacce e il sereno è quando vuole
Squarciar dell’ire sue benigno il velo.
La primavera e il germogliar de’ fiori
È quando ei fa fiorir la mia speranza,
Promettendo tenermi in questo stato.
L’orrido verno è poi, quando cangiato
Minaccia di mutar pensieri e stanza,
Spogliata me de’ miei più ricchi onori.

Sonetto VI

Un intelletto angelico e divino,
Una real natura ed un valore,
Un desio vago di fama e d’onore,
Un parlar saggio, grave e pellegrino, 158
Un sangue illustre, agli alti re vicino,
Una fortuna a poche altre minore,
Un’età nel suo proprio e vero fiore,
Un atto onesto, mansueto e chino,
Un viso più che il sol lucente e chiaro,
Ove bellezza e grazia Amor riserra
In non mai più vedute o udite tempre,
Fur le catene, che già mi legaro,
E mi fan dolce ed onorata guerra.
O pur piaccia ad Amor che stringan sempre!

Sonetto VII

Chi vuol conoscer, donne, il mio signore,
Miri un signor di vago e dolce aspetto,
Giovane d’anni e vecchio d’intelletto,
Imagin della gloria e del valore:
Di pelo biondo, e di vivo colore,
Di persona alta e spazioso petto,
E finalmente in ogni opra perfetto,
Fuor che un poco, oimè lassa! empio in amore.
E chi vuol poi conoscer me, rimiri
Una donna in effetti ed in sembiante
Imagin della morte e de’ martíri;
Un albergo di fè salda e costante,
Una, che, perchè pianga, arda e sospiri,
Non fa pietoso il suo crudele amante.

Madrigali

Madrigali I

Dimmi per la tua face,
Amore, e per gli strali,
Per questi, che mi dan colpi mortali,
E quella che mi sface,
Ond’avvien che non osi
Ferire il mio signore,
Altero de’ tuo’ strazi e del mio core,
In sembianti pietosi?
Ove anniderò poi,
Mi risponde ei, s’io perdo gli occhi suoi?

Madrigale III

Così m’impresse al core
La beltà vostra Amor co’ raggi suoi,
Che di me fuor mi trasse e pose in voi;
Or che son voi fatta io,
Voi meco una medesma cosa siete,
Onde al bene, al mal mio,
Come al vostro, pensar sempre dovete;
Ma pur, se al fin volete
Che il vostro orgoglio la mia vita uccida,
Pensate che di voi siete omicida.

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