Le confessioni di un cyberprof. Capitolo 3

bitrotCominciamo con qualche parolaccia. Bit rot significa deterioramento del software. Al bit rot si potrebbe associare il mind rot: il deterioramento della mente. Se infatti i programmi informatici sono proiezioni della mente umana, il loro deterioramento veloce e strutturale, dovuto alla necessità commerciale di aggiornarli e superarli, comporta necessariamente un deterioramento della mente umana.

Può la mente umana affidarsi a un programma che ne mima il funzionamento, sapendo che quel programma cambierà nel giro di poco tempo e che i dati che ha elaborato con quel programma potrebbero andare persi, sia perché il programma potrebbe non funzionare correttamente, come spesso capita, sia perché l’azienda produttrice del programma potrebbe decidere di non produrlo più?

Questi interrogativi, un tempo fantascientifici, oggi sono all’ordine del giorno, almeno per chi si interroga sulla rivoluzione elettronica in cui siamo immersi, sulle sue implicazioni, sulle sue conseguenze. Per orientarmi nella confusione, in cui l’assunzione unilaterale e coatta del registro elettronico ha gettato tanti docenti come me, è stato molto utile leggere un articolo di Ian Sample, scritto per il quotidiano inglese «The Guardian» e tradotto in italiano dal settimanale «Internazionale» con il titolo Il buco nero dei bit. L‘articolo consente di capire perché bisogna curare bene l’archiviazione dei dati e non affidarsi soltanto alle nuvole, perché, dice il buonsenso, non si può vivere con la testa fra le nuvole.

Torniamo a pensare con la nostra mente e i piedi ben piantati a terra. Sample permette di farlo sulla questione del registro elettronico.

Il buco nero dei bit

di Ian Sample, «The Guardian», traduzione a cura di «Internazionale», 20/26 febbraio 2015

I file in cui archiviamo le foto e i documenti nella speranza di conservarli a lungo potrebbero rivelarsi inutili. Perché la tecnologia su cui si basano cambia molto in fretta

Una grande quantità di contenuti digitali (blog, tweet, immagini e video, ma anche docmenti come email ufficiali e sentenze dei tribunali) potrebbe sparire a causa della scomparsa dei programmi necessari per visualizzarli. Lo ha spiegato Vint Cerf, vicepresidente di Google, in occasione dell’incontro annuale dell’American association for the advancement of science a San Jose, in California.

Secondo Cerf potremmo avere una “generazione dimenticata o addirittura un secolo dimenticato” a causa del bit rot (deterioramento del software), il processo che rende inutilizzabili i file dei vecchi computer. Per questo dovremmo trovare un sistema per conservare i vecchi software e hardware in modo da poter recuperare i formati che non si usano più. “Se pensiamo alla quantità d’informazioni sulla nostra vita quotidiana archiviate in formato digitale, è evidente che rischiamo di perdere una parte enorme della nostra storia”, ha messo in guardia Cerf.

Il joystick in soffitta

Tutto questo evidenzia un aspetto paradossale della tecnologia. Oggi archiviamo in formato digitale la musica, le foto, le lettere e altri documenti nella speranza che sopravvivano più a lungo. Ma mentre i ricercatori migliorano i sistemi di archiviazione, i programmi e l’hardware per visualizzare questi file diventano presto obsoleti. “Senza accorgercene stiamo buttando tutti i nostri dati in quello che potrebbe diventare un buco nero dell’informazione. Digitalizziamo tutto perché pensiamo che questo basti a preservare i nostri ricordi, ma non capiamo che se non facciamo qualche passo in più queste versioni digitali potrebbero essere anche più fragili dei contenuti che abbiamo digitalizzato”, ha spiegato Cerf al Guardian. “Se avete fotografie a cui tenete particolarmente, vi conviene stamparle”.

Le civiltà del passato non avevano questi problemi. Gli storici che scrivevano sulle tavolette d’argilla o sui papiri avevano bisogno solo degli occhi per leggere. Per esaminare la cultura di oggi, invece, gli studiosi del futuro dovranno gestire pdf e centinaia di altri tipi di file che possono essere interpretati solo con certi tipi di software e hardware. Il problema esiste già. Negli anni ottanta era normale salvare i documenti sui floppy disk, caricare il videogioco Jet Set Willy da una cassetta sullo ZX Spectrum, uccidere alieni con un joystick Quickfire II e conservare le cartucce dei videogiochi Atari in soffitta. Oggi, anche se le cassette, i dischi e le cartucce sono in buone condizioni, gli strumenti per usarli si trovano solo nei musei.

L’ascesa dei videogiochi ha un ruolo importante nella storia della cultura digitale, ma secondo Cerf a finire nel bit rot saranno anche importanti documenti politici e storici. Nel 2005 la storica americana Doris Kearns Goodwin pubblicò un’opera in cui racconta come il presidente Lincoln avesse voluto nel suo governo alcuni di quelli che lo avevano sfidato per la presidenza. Kearns aveva fatto il giro delle biblioteche statunitensi per trovare le lettere delle persone coinvolte, ricostruendo così i loro scambi. “Nel mondo di oggi quelle lettere sarebbero email, e la possibilità di ritrovarle tra cent’anni sarebbe minima”, spiega Cerf. Il vicepresidente di Google ammette che gli storici faranno il possibile per conservare il materiale importante, ma spesso l’importanza di un documento può essere colta solo dopo secoli.

Alla Carnegie Mellon university di Pittsburgh, in Pennsylvania, hanno trovato una soluzione (parziale) al problema del bit rot. Qui Mahadev Satyanarayanan scatta istantanee dei dischi rigidi mentre eseguono diversi software e poi le carica su un computer che imita le apparecchiature su cui funzionano quei software. Il risultato è un computer che può leggere file altrimenti irrecuperabili. Ma inventare nuove tecnologie è appena metà dell’opera.

La parte più difficile riguarda i problemi legali: quando le aziende tecnologiche falliscono o smettono di aggiornare i loro prodotti possono venderne i diritti, rendendo quasi impossibile ottenere le autorizzazioni necessarie. “Per fare le cose come si deve, i diritti di conservazione devono essere inclusi nel nostro modo di intendere il copyright e i brevetti. Stiamo parlando di conservare per centinaia o addirittura migliaia di anni”, spiega Cerf.


Note

Quali conclusioni possiamo trarre dalle osservazioni di Sample? Intanto spero che si metta all’ordine del giorno di più collegi dei docenti possibile la questione della conservazione della memoria al tempo del registro elettronico, così come mi auguro che qualche preside coscienziosa/o corra ai ripari, perché è abbastanza chiaro ciò che bisogna fare per non rischiiare di perdere dati fondamentali.

Per quanto riguarda il registro elettronico, è necessario avere una versione cartacea del registro: la soluzione più ovvia è stampare le pagine del registro elettronico. Così facendo si perderebbe il vantaggio di risparmiare carta, cavallo di battaglia degli alfieri della rivoluzione informatica, ma si consentirebbe alle famiglie di consultare i dati da casa riguardanti la prole.

Quale scuola, tuttavia, si doterà di stampanti in ogni aula? O quale segreteria si sobbarcherebbe l’onere di stampare ogni giorno le pagine di tutti i registri? I costi, invece di diminuire, raddoppierebbero. La soluzione alternativa potrebbe essere ripristinare l’uso di un registro di classe cartaceo da affiancare al registro elettronico. In questo modo a raddoppiare, come già accade, sarebbe però il tempo impiegato dal docente per la compilazione del registro.

In ogni caso una versione cartacea del registro è necessaria e la sua adozione consente di superare i problemi legati alla legalità della firma del registro. Come nota Orizzonte scuola, infatti, per quanto riguarda la legalità della firma nel registro elettronico, «se il software adottato consente ai docenti di apporre una firma elettronica avanzata, qualificata, digitale, non vi sono particolari problematiche relativamente alla prova dell’integrità e dell’imputabilità dei dati contenuti nel registro elettronico. Diverso è però il discorso della firma elettronica che è utilizzata da molti software che consentono la compilazione del registro elettronico on line. Il valore probatorio della firma elettronica (Pin o password e id) è rimesso alla decisione del giudice che dovrà tenere conto, caso per caso, delle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità e non modificabilità» (http://www.orizzontescuola.it/news/registro-elettronico-e-valore-legale-validit-probatoria-si-rimanda-al-giudice).

Insomma, non siamo neanche sicuri che la nostra presenza in classe sia legalmente registrata, se non firmiamo a mano una versione cartacea del registro.

Alla prossima!

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