Confessioni di un cyberprof. Capitolo 4

Bisogna sfatare alcuni miti sul rapporto tra gioventù e tecnologie digitali: le giovani e i giovani non hanno tutta questa confidenza con internet né conoscenza del computer. La gioventù usa internet per comunicare fra amici e amiche, ma considera la rete molto meno di quanto la considerino adulti e adulte. Per la gioventù internet è un mezzo di divertimento ed evasione, come i videogiochi o la musica. O no? Forse qualche mio allievo o allieva potrebbe aiutarci a capire meglio questo strano rapporto.

Un anno fa frequentai un corso di didattica capovolta: un metodo di insegnamenti che consiste nell’utilizzare videolezioni da far vedere agli allievi e alle allieve su internet, a casa, usando il tempo a scuola per esercitarsi insieme, invece di ascoltare la lezione in classe e svolgere i compiti a casa.

Dopo aver frequentato l’istruttivo e stimolante corso “Capovolgere i Bes”, per cui realizzai la mia prima videolezione, nella primavera dello scorso anno svolsi un’unità didattica del programma di lingua latina con il metodo della flipped classroom. Ero entusiasta. Ed ero convinto che presentarmi in classe mostrando video su internet, avrebbe entusiasmato le mie classi. Invece all’inizio ho sempre trovato un’accoglienza fredda, condita di indifferenza o addirittura resistenza.

Occorre dunque sfatare l’assioma su cui si regge la propaganda della didattica capovolta: la gioventù non ha tutta questa millantata dimestichezza con le tecnologie, né ama vedere su internet ciò che potrebbe ascoltare di persona. La gioventù cerca il contatto umano molto più di quanto facciano gli adulti, forse così sedotti dalla tecnologia informatica per quel senso di protezione che dà e quel senso di velocità, freschezza, onnipotenza che conferisce a corpi adulti che invecchiano. O mi sbaglio? La gioventù usa lo smartphone come un anziano usa il telecomando della tv. E guardare videolezioni sullo smartphone equivale a usare il telefonino per fare fotografie: un ripiego.

A un anno di distanza, e con qualche altro esperimento in più alle spalle, forse non posso permettermi queste e le altre considerazioni, che seguiranno, sulla didattica capovolta, ma tentar non nuoce. Fra gli svantaggi del metodo della classe capovolta, dunque, dovremmo indicarne alcuni che non mi pare siano stati sufficientemente sottolineati dai suoi sostenitori e dalle sue sostenitrici:

1) la resistenza pregiudiziale di allieve/i a seguire le videolezioni invece delle lezioni in classe (“preferiamo le sue lezioni” mi hanno detto più volte dopo aver visto delle videolezioni, peraltro realizzati in modo mirabile);

2) la resistenza pregiudiziale di allieve/i ad accogliere le novità, a essere giudicate/i con parametri non tradizionali;

3) la difficoltà di diffondere il metodo, nell’ordine, nel consiglio di classe, nel dipartimento di riferimento e nel collegio delle/i docenti;

4) le difficoltà tecniche: collegamento a internet in classe e a casa, videoproiezione in classe, ecc.

Soprattutto il punto 4 mi ha fatto riflettere quest’anno, avendo incontrato enormi difficoltà a usare internet in classe. Mi sono trovato quindi a chiedermi se sia davvero positivo affidare una parte così importante dell’insegnamento – la lezione – ai supporti tecnologici? La tecnologia in effetti non è democratica, perché c’è chi la possiede e chi no.

L’insegnante vive su una frontiera in cui potrebbe non avere altro a disposizione che la propria mente e il proprio corpo. Inesistenti nella pratica del padre della sapienza occidentale, Socrate, i supporti tecnologici sono da sempre ridotti al minimo nelle scuole: uno stilo (bastoncino appuntito o penna a sfera) e un supporto per scrivere, un supporto per leggere. Nelle scuole italiane, nelle povere scuole italiane spesso rischia di non esserci o non poter esserci altro. E forse non deve esserci altro, perché è la memoria la prima facoltà che bisogna esercitare, che non bisogna perdere, come insegna Primo Levi nel celebre episodio di Se questo è un uomo, in cui ricorda che ad Aushwitz uno dei rarissimi momenti in cui sentì di aver recuperato la sua umanità fu quando un prigioniero di nazionalità diversa dalla sua gli chiese di insegnargli l’italiano e lui, non avendo libri a disposizione, usò i versi dell’Inferno dantesco che aveva imparato a memoria ai tempi della scuola.

È inutile, oltretutto, fingersi “americani a Roma”:  in Italia siamo più poveri degli Stati Uniti, in Italia non c’è la banda larga, in Italia non tutte le classi hanno la Lim, in Italia non tutte le case hanno internet, in Italia da trent’anni non si investe più in ricerca e formazione, in Italia i docenti non sono incentivati, anche economicamente, a formarsi, tutto è demandato alla libera iniziativa dei singoli e al loro portafoglio,in Italia esiste una fortissima sperequazione che colpisce le famiglie dei nostri allievi e delle nostre allieve, spesso senza postazioni fisse, né computer portatili, né risorse economiche per procurarserli. Perché, dunque, aumentare le cause delle diseguaglianze?

Non credo che si possa più tornare indietro, ormai, né personalmente lo auspico. Tuttavia, se dopo l’avvento della stampa nella scuola degli ultimi 500 anni si è continuato a scrivere a mano, nella scuola del futuro si potrebbe continuare a insegnare senza necessariamente ricorrere a internet e, anzi, abituandosi alla impossibilità di accedervi o addirituttura al diritto di non accedervi, viste le problematiche di ogni genere che internet può provocare, specie nella gioventù in formazione (consideriamo che oggi internet è un potente mezzo di distrazione di massa, a cui molto adolescenti sono soggiogate). Insomma, come sanno anche i suoi più strenui sostenitori, la didattica capovolta non può esaurire né sostituire gli altri metodi, che da sempre si sono andati assommando, correggendo a vicenda e integrando, non certo eliminando, salvo eccezioni, l’uno con l’altro.

“Liberare il tempo in classe”, come recita uno slogan molto amato dai crociati della clipped classroom, nasconde infine un pregiudizio negativo: in controluce si legge l’interpretazione spregiativa data alla lezione frontale. La lezione frontale, però, non è tempo da liberare, anzi: chi sa fare lezione frontale, sa quanto bene faccia a persone adolescenti imparare ad ascoltare, prendere appunti, schematizzare, in classe, mentre l’insegnante spiega e verifica che ciò che ha spiegato sia stato registrato, memorizzato e appreso.

Non che debba adottare sempre e solo questo metodo, ma sostituire la carnosa lezione frontale con una elettronica, rimpiazzare l’insegnante ex cathedra con l’avatar on the screen, forse non rovescia veramente la questione, semmai contribuisce ad aumentare il tasso di artificiosità del mondo adulto agli occhi degli adolescenti, quindi la distanza fra questi e quello, con effetti assai pericolosi.

Comunque, per quanto banale possa suonare, se si calibrano bene vantaggi e svantaggi, qualsiasi mezzo va bene per raggiungere il fine.

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