Buone vacanze, divertenti e noiose!

1462644_10202254892727486_1449863784_oLa scuola è finita. Altri luoghi accolgono ormai le esplosioni ormonali delle scolaresche, nell‘estate che avanza. Le spiagge per chi abita sulla costa. Fiumi, laghi, campi, boschi, monti per chi vive nell’entroterra. Le giornate non sono più scandite dal suono della campanella. Si incontrano amiche e amici che si vedono solo d’estate, nuovi amori stanno per nascere, in un susseguirsi di ore che a volte non si sa come riempire. Al massimo del divertimento, ecco allora che si accompagna la noia.

La noia: c’è chi la fugge come il peggiore dei mali, c’è invece chi la affronta. Leggere è il migliore antidoto a questo sentimento così penoso. Leggere, per chi non ama farlo, è più noioso di non fare nulla. E, come la noia, leggere è pericoloso, perché quando ci si annoia e quando si legge si scorgono altri mondi, altre possibilità di esistenza, che non si vedono quando si è indaffarati.

Credo di non aver mai letto un romanzo fino alla fine, intero, sino a quando, fra una vacanza nella grigia Inghilterra e i pomeriggi in campagna dai miei nonni, a quattordici anni divorai romanzi di centinaia di pagine. Fu allora che scoprii quanta soddisfazione si nascondesse nella fatica di leggere. A un certo punto tutti quei nomi e quei luoghi sconosciuti e incomprensibili, che non riuscivo a ricordare leggendo poche pagine alla volta, la sera prima di andare a dormire, nei mesi invernali, tutte quelle avventure, lette d’un fiato, d’estate, acquistavano un senso, diventavano familiari e misteriose al tempo stesso.

D’inverno la lettura è un obbligo e non c’è tempo di abbandonarsi alle storie, perché di storia basta e avanza quella scolastica, quella fatta di date, linee del tempo, guerre e imperatori. D’estate, invece, quando abbandonarsi alla lettura è così facile, sul divano, sul letto o sul lettino, la lettura diventa un antidoto alla noia. Solo d’estate, se non lo si è imparato prima, ci si può avvelenare di lettura fino a che il veleno non si trasforma in farmaco.

«La noia è il più sublime di tutti i sentimenti umani» diceva Leopardi, per cui «considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana» (Pensieri, LXVIII).

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