Sono i nostri figli

Pubblico la lettera dell’ex ministro della cultura del Mali Aminata D. Traorè sulla questione dei migranti. La lettera, da me tradotta, si trova nel numero di settembre del mensile “Le Monde diplomatique”, in edicola fino al 15 ottobre 2015.

Migranti dispersi in mare

Sono i nostri figli

di Aminata D. Traoré*

Lettera a Yayi Bayam Diouf, sorella

Duecento tuoi concittadini e quasi altrettanti dei miei risultano fra gli ottocento morti del naufragio del 18 aprile 2015, a largo della Sicilia. Numerosi sono quelli di cui già non si parla più, quelli di cui non si parlerà mai, seppelliti in quelle fosse comuni che sono diventati il deserto del Sahara e il Mediterraneo.

Il tuo unico figlio (1) un giorno è partito per l’Europa con ottantanove altri giovani di Thiaroye (Senegal) a bordo di un’imbarcazione che è stata inghiottita dal mare. Noi ci siamo incontrate perché nel mio paese sono stata contattata da altre madri di migranti dispersi che non vogliono né dimenticare né arrendersi: «Non abbiamo rivisto i nostri figli né vivi né morti. Il mare li ha uccisi. Perché?» Loro non sanno neanche cosa sia questo mare assassino, poiché il nostro paese, il Mali, non ha sbocchi sul mare.

Io mi ricorderò sempre, coraggiosa Yayi, del momento di profondo raccoglimento, di comunione e di scambio rappresentato dal «circolo del silenzio», che abbiamo organizzato insieme durante il Forum sociale mondiale (FSM) di Dakar a febbraio 2011.

Speravamo che la nostra presa di parola, le nostre mobilitazioni, così come le nostre iniziative femminili dal basso, nei nostri villaggi e nei nostri quartieri, avrebbero contribuito in maniera significativa a scongiurare la sorte che la globalizzazione neoliberista infligge a così tanti umani nel mondo. Migliaia di chilometri di muri si stanno erigendo per separare i popoli aizzandoli gli uni contro gli altri, mentre sarebbero capaci di vera empatia, fraternità e solidarietà, se si sapessero schiacciati dallo stesso rullo compressore. Ma alle vittime europee del capitalismo globale e finanziario, quelli che fanno leva sulla paura lasciano credere che l’Africa è stata aiutata invano. Ciò ha trasformato il paesaggio politico europeo odierno. L’estrema destra, che affonda le sue radici su questo terreno, avanza e sfida le altre formazioni. Le destre e, orribile a dirsi, una parte della sinistra, che non vuole lasciarsi superare nella corsa alla «protezione» degli Europei contro i «barbari», nascondono il saccheggio delle ricchezze dell’Africa, le ingerenze e le guerre di rapina.

Si parlerà allora di «umanitarismo» per i migranti legalmente riconoscibili come profughi, e di «fermezza» per i migranti cosiddetti economici. Questi sono per la maggior parte subsahariani e neri. «L’Europa è capace di ascolto?», domandiamo io e La scrittrice Nathalie M’Dela-Mounier, ne «Le monologue européen (2)». Per il momento, ne dubitiamo.

Stiamo vivendo, cara Yayi, un importante momento in cui si svelano la vera natura e il volto nascosto del nostro potente vicino, attraverso la gestione della questione migratoria e della crisi del debito greco. Questo tornante offre un’occasione storica per comprendere cosa sia diventata l’Europa, e non cosa voleva apparire, in questo 2015 che ha proclamato Anno europeo dello sviluppo – e che avrebbe potuto essere un’ulteriore operazione di propaganda per curare la propria immagine di potenza che contribuisce di più al sostegno allo sviluppo. Molti cittadini europei non trovano riscontro al progetto dei padri fondatori, nel braccio di ferro che ha opposto l’Europa al popolo e al governo democraticamente eletto della Grecia fino al loro cedimento. L’Europa persiste così nel «terrore economico». Come in Grecia, così in Mali, in Senegal e altrove in Africa, il «coraggio delle riforme dolorose» consiste, per i dirigenti democraticamente eletti, nell’imporre ai propri popoli misure assassine, in nome di un debito estero contratto a loro insaputa, per spese non conformi, la maggior parte delle volte, ai loro bisogni primari.

Io ti sono riconoscente, così come a Demba Moussa Dembélé (3), per essere venuta a parlarne con noi a Bamako durante la giornata di riflessione dell’11 luglio 2015, che il Forum per un altro Mali (Foram) ha consacrato alla seguente questione: «La giustizia, la pace e la sicurezza umana sono compatibili con la dittatura dei creditori?» «Certo che no!», abbiamo concluso dopo aver considerato rapidamente le conseguenze del cambio fissato con l’euro, degli accordi commerciali (Unione europea-paesi d’Africa, dei Caraibi e del Pacifico [ACP]), degli accordi di partenariato economico, degli accordi migratori e degli accordi militari imposti ai nostri paesi.

Poiché l’opacità è la principale caratteristica degli accordi firmati dai nostri paesi, il ricorso del primo ministro greco Alexis Tsipras alla decisione del proprio popolo di fronte all’intransigenza dei creditori non poteva passare inosservato sotto i nostri cieli.

«Fermezza» è la parola d’ordine dell’Unione europea, tanto nella gestione della crisi greca, che in quella dei flussi migratori nel Mediterraneo. Quanti Greci hanno preso il largo negli ultimi sei mesi, e quanti saranno quelli che emigreranno nei prossimi? Quali forme di violenza bisogna aspettarsi in quel paese la cui gioventù, contrariamente a una parte di quella della Francia, del Belgio e del Regno Unito, non è attirata dallo jihadismo? Perché coloro i quali pretendono di lottare contro questo fenomeno non ammettono che progetti migratori abortiti possono spingere i giovani a radicalizzarsi? Io mi pongo la questione, Yayi, a proposito del nord del mio paese, dove chi non ha più la possibilità di andare a lavorare in Libia diventa, a volte, scafista, jihadista o narcotrafficante.

Dal summit straordinario del 23 aprile 2015 a Bruxelles non ci aspettavamo miracoli. Ma abbiamo ulteriori ragioni per preoccuparci ora, a causa della scelta dell’opzione militare. Per i migranti l’operazione «Navfor Med», lanciata dall’Unione europea, sarà inefficace e, soprattutto, pericolosa. Si tratta di un’operazione di vigilanza delle coste europee da parte delle pattuglie e d’informazione – in mancanza di accordo da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite per la distruzione delle imbarcazioni degli scafisti. Secondo la responsabile della diplomazia europea, Federica Mogherini, «i bersagli non sono i migranti, ma quelli che guadagnano sulla loro vita e, troppo spesso, sulla loro morte» (22 giugno 2015).

Come per risponderle, Diawori Coulibaly de Didiéni, che ha perso lei stessa un figlio in un naufragio, afferma: «Fate in modo che i nostri figli possano lavorare e vivere degnamente qui.» Quando fai presente lo stravolgimento, da cima a fondo, della vita delle comunità di pescatori a causa del saccheggio delle acque ricche di pesce del Senegal, cosa aggiungi tu, Yayi? In passato, era sufficiente, fai notare, andare a cento metri dalle coste per trovare pesce che vi permetteva di procurarvi dignitosamente cibo e reddito. Ora, «accordi di pesca» squilibrati e ingiusti consentono a navi-fabbriche di stazionare per mesi sotto al naso dei pescatori per servirsi e mettere il pesce in scatola prima di levare l’ancora (4).

Cosa c’è di sorprendente se pescatori impoveriti e disperati, così come contadini senza terra e commercianti rovinati dai prodotti sovvenzionati che inondano i nostri mercati, o migranti umiliati diventano scafisti? L’offerta di questi ultimi risponde del resto a una domanda incomprimibile, domanda di una partenza che assomiglia in tutto e per tutto a una fuga, nella speranza di tornare in seguito e vivere meglio in mezzo e con la propria gente. Ma tutto è bloccato, Yayi, come rammenti tu: navi, elicotteri e aerei sorvolano le coste affinché chi non ha più i mezzi per vivere a casa propria non abbia neanche più i mezzi per emigrare. Alle ingiustizie e alle frustrazioni generate dagli accordi di pesca si aggiungono l’assignation à résidence (5) e l’umiliazione legate ad accordi migratori ingiusti e disumanizzanti.

Al termine della nostra giornata di riflessione, uno dei giovani partecipanti si è rivolto a te in questi termini: «Cara madre Yayi, anche io sono figlio unico. Asciugati le lacrime. Il mare ti ha tolto un figlio; dì a te stessa che noi siamo tutti tuoi figli.» Ne sono profondamente convinta, cara sorella. È per questo motivo che, assieme al Centro Amadou Mapâté Bâ di Bamako e al Foram, abbiamo deciso di promuovere la nozione di «madre sociale». Ai valori guerrieri del capitalismo globale e finanziario, opponiamo valori pacifisti e umanisti. Le figure femminili – madre, zia, sorella maggiore –, che li incarnano, giocano spesso un ruolo centrale nel preservare la coesione sociale e la solidarietà. Il Mali ha disperatamente bisogno di questo fondamento culturale che costituisce una forza interiore di cambiamento e di progresso.

L’Università civica che abbiamo deciso di creare all’ultimo FSM di Tunisi, a marzo 2015, ci offrirà il quadro di questa educazione alla cittadinanza. Secondo Susan George, «la conoscenza è sempre un antidoto alla manipolazione e al sentimento d’impotenza. Senza di lei, non possiamo fare nulla. La conoscenza non è un fine in sé, ma di certo è preliminare all’azione (6)». È così che la pensiamo, è ciò che diciamo e ciò che dà senso al nostro impegno e alla nostra lotta.

* Ex ministra della cultura del Mali. Autore, fra gli altri, de L’Africa umiliata, Avagliano, coll. «I cardi», Roma, 2009.

(1) Yayi Bayam Diouf è la madre di Alioune Mar, 26 anni, che è annegato nel 2006 mentre cercava di raggiungere la Spagna con altri giovani senegalesi.

(2) Cfr. il Forum per un altro Mali, http://www.foram-forum-mali.org

(3) Direttore del Forum africano delle alternative.

(4) NdR. Leggere Jean-Sébastien Mora, «Le devastazioni della pesca industriale in Africa», Le Monde diplomatique-il manifesto, novembre 2012.

(5) Residenza forzata in un luogo stabilito dal prefetto o dal ministro dell’interno a cui sono sottoposti gli stranieri non europei che non possono lasciare la Francia né andare nel proprio paese o in altri.

(6) Susan George, Le Usurpateurs. Comment les entreprises transnationales prennente le pouvoir, Seuil, Parigi, 2014.

Traduzione di Valerio Cuccaroni


 

Nella lettera Traorè rintraccia una delle cause delle migrazioni nella globalizzazione neoliberista. Cos’è? Per il Vocabolario Treccaniglobalizzazione” significa “in genere, l’assunzione o considerazione di una serie di elementi nella loro totalità”; in particolare, nel linguaggio dell’economia si parla di globalizzazione dei mercati per indicare sia il “fenomeno di unificazione dei mercati a livello mondiale, consentito dalla diffusione delle innovazioni tecnologiche, specie nel campo della telematica, che hanno spinto verso modelli di consumo e di produzione più uniformi e convergenti”, sia “le conseguenze politiche e sociali di tale unificazione.” Nell’Enciclopedia Treccani, alla voce “globalizzazione” si precisa che “sul piano culturale, tra i principali aspetti della globalizzazione figurano i fenomeni connessi con il progressivo abbattimento delle barriere spaziali fra le nazioni indotto dallo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Anche se la diffusione di tali tecnologie è estremamente squilibrata, la crescita delle reti di comunicazione è continua ed esercita effetti rilevanti sull’evoluzione dei rapporti tra i popoli. Effetti analoghi esercita il fenomeno migratorio. La presenza in numerosi Stati di comunità di immigrati che, grazie anche ai vantaggi offerti dalle nuove tecnologie, mantengono relazioni con i paesi d’origine e con i propri connazionali emigrati in altri Stati, contribuisce allo sviluppo delle interconnessioni sociali, economiche e politiche su scala mondiale. Queste comunità introducono nei luoghi di immigrazione le proprie specificità culturali, interagiscono con la popolazione locale e con le altre comunità di immigrati, contribuiscono a modificare l’identità delle nazioni in cui risiedono. Malgrado le difficoltà e le tensioni che accompagnano il fenomeno migratorio, questo sembra destinato a proseguire, sia per la spinta all’emigrazione alimentata dall’enorme divario tra i paesi poveri e i paesi ricchi e dagli stessi processi di globalizzazione, sia per il ruolo sempre più rilevante che i lavoratori immigrati tendono ad assumere nell’economia dei paesi sviluppati.”

Esercizi. 1) Sintetizzare la lettera di Aminata Traorè. 2) Confrontare la definizione di globalizzazione riportata sopra con quella in proprio possesso.


Pubblico di seguito la sintesi di una mia allieva di prima, fra le più corrette (ho sottolineato le parti aggiunte e corrette da me).

Nella lettera scritta da Aminata D. Traoré, ex ministro della cultura del Mali, alla sua amica Yayi Bayam Diouf, pubblicata nel numero di settembre del mensile «Le Monde diplomatique», viene affrontato un argomento assai importante, riguardante, ormai, tutto il mondo: la questione dei migranti.

Traoré parla del 18 aprile 2015, giornata in cui quasi ottocento persone sono morte in seguito ad un naufragio al largo della Sicilia. Non si tratta del primo episodio, infatti anche nel 2006 vi sono state numerose vittime, perlopiù giovani del Mali.

Aminata e Yayi hanno cercato attraverso le loro parole di denunciare la globalizzazione neoliberista che sta affliggendo ormai tutto il mondo, causando moltissime vittime. Secondo l’ex ministro della cultura del Mali di fronte a queste difficoltà sta venendo fuori il reale volto dell’Europa, che adesso si trova in un “terrore economico” causato dall’enorme debito estero di vari paesi, situazione non compatibile con la giustizia, la pace e la sicurezza umana.

La crisi greca e la questione dei migranti sono state gestite allo stesso modo, ovvero con fermezza. Tuttavia è proprio questa fermezza che fa sì che molti abitanti, a causa dell’impossibilità di migrare, siano costretti a diventare jihadisti, scafisti o narcotrafficanti. Questa situazione così drammatica è anche causata da accordi economici squilibrati che non permettono più a certe persone di guadagnarsi da vivere come una volta.

Yayi e Aminata stanno cercando di promuovere la nozione di “madre sociale”, che riconosca alla donna e ai suoi valori pacifisti e umanisti il ruolo di punto di riferimento per l’intera comunità, attraverso anche l’Università civica, creata al Forum sociale mondiale di Tunisi nel marzo 2015.

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