Il primo giorno di scuola del novantenne Clemente

[Pubblico la prima di una serie di ricostruzioni storiche sul primo giorno di scuola di persone anziane, intervistate da mie allieve e allievi delle classi 1^ E e 1^ F del Liceo scientifico “Galilei” Ancona. VC]

Il mio vicino di casa, Clemente, che ha 90 anni, mi ha raccontato il suo primo giorno di scuola elementare, nel 1935, nella scuola di Polverigi, durante la dittatura di Mussolini. Clemente, il primo giorno di scuola, venne accompagnato da sua mamma e dovettero fare ben due chilometri di strada a piedi. Le strade non erano come quelle di oggi, asfaltate e lisce: c’era il fango e per di più quel giorno aveva piovuto. Ricorda di aver indossato le sue scarpe di legno, che non erano per niente comode e per di più si erano anche bagnate a causa del maltempo.

Mi ha raccontato che in classe erano circa quindici ragazzi; erano pochi perché molti non andavano a scuola ma dovevano lavorare nei campi insieme ai loro genitori: due braccia in più facevano sempre comodo nell’agricoltura. Il mio vicino mi ha descritto il materiale che si portava a scuola: la cartella era una borsa di stoffa a tracolla; non esistevano le penne come ci sono oggi ma si utilizzava il calamaio, cioè un contenitore di inchiostro, dove si immergeva il pennino e poi si scriveva. Tutti i ragazzi dovevano portare il grembiule nero (colore fascista) con un grande fiocco bianco, mentre le ragazze indossavano il grembiule bianco anche loro con il fiocco. Il primo giorno di scuola gli alunni fecero conoscenza con la maestra Maria Dolcini, signora sui 50 anni, molto gentile e brava. Questa donna, fin dal primo giorno di scuola, aveva con sé una bacchetta di legno, con cui passava tra i banchi per guardare le mani degli alunni: chi aveva le mani sporche, veniva bacchettato dalla maestra, che gli intimava “lavati!”.

Nel 1935 le insegnanti non seguivano metodi di studio che facilitavano la comprensione degli alunni, perciò prima che i ragazzi imparassero a leggere e scrivere passava molto tempo. Oltretutto per i bambini era difficile scrivere con il pennino e il calamaio, perché non bisognava premere molto, altrimenti il foglio si bucava; non si poteva immergere spesso la punta della penna nell’inchiostro, altrimenti la carta si bagnava… insomma, soltanto a metà anno gli alunni avevano imparato a scrivere il loro nome.

Clemente mi ha raccontato che il primo giorno di scuola, a causa della pioggia, era anche molto freddo e in classe c’erano solo dei piccoli termosifoni in terra cotta, su cui tutti si andavano a scaldare le mani.

Avevano un’unica maestra per tutte le materie e quel primo giorno di scuola l’insegnante portò i ragazzi a fare educazione fisica. Tutti gli alunni dovevano obbligatoriamente indossare la divisa dei balilla: camicie nere per i maschi e bianca per le femmine, pantaloni o gonna nera e scarpe nere. Queste divise per le famiglie erano una grande spesa, quindi i ragazzi se le scambiavano e di conseguenza questi abiti erano sempre molto sgualciti e rovinati, proprio perché erano indossati da molti bambini. La maestra portava i suoi allievi in un altro edificio per svolgere attività fisica. Dopo l’allenamento, i ragazzi facevano merenda con ciò che si erano portati da casa: un pezzo di pane, qualche frutto, una fetta di formaggio.

Sempre il primo giorno, la maestra Dolcini spiegò i termini di valutazione che si utilizzavano: sufficiente (6), buono (7-8), lodevole (9) e ottimo (10). Clemente mi ha raccontato anche che all’insegnante bisognava dare del voi altrimenti si veniva considerati maleducati. Lui ha continuato le scuole fino alla quarta elementare, dopo ha dovuto terminare gli studi perché cominciò la guerra e i genitori avevano paura dei pericoli che si potevano correre, per cui hanno preferito non farlo studiare più.

Dopo aver fatto il militare, Clemente ha preso il diploma di quinta elementare, frequentando le scuole serali.

Chiara Giardino (classe 1^ F, Liceo scientifico Galilei, Ancona)

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