Occupazione poetica dello spazio

59-face-facadeDa Parigi ad Ancona, dal 59 Rivoli Chez Robert electron libre alla Casa delle Culture, passando per il Vag61 di Bologna: sono le esperienze di occupazione poetica dello spazio che ho avuto la fortuna di conoscere, frequentare e aiutare, nel mio piccolo, a crescere. Ma cos’è l’occupazione poetica dello spazio?

Quando andai a vivere a Parigi, nel 2002, subito dopo la laurea, mi innamorai di un palazzo, con una fiacciata piena di fiori, pupazzi e altre sculture colorate. Il palazzo si trovava al numero 59 di rue de Rivoli, a pochi isolati dal Museo del Louvre, dove avrei svolto il mio primo stage postlaurea. Attratto come per magia da quel luogo, entrai e scoprii che era uno spazio occupato dagli artisti. Iniziai a frequentarlo e scrissi un reportage, come inviato da Parigi, per il quotidiano «Il manifesto».

Kalex, uno dei tre artisti che qualche anno prima avevano occupato il palazzo, quando lo intervistai mi disse che la loro era una forma di «occupazione poetica dello spazio», messa in atto per contrastare l’occupazione commerciale dello spazio, che aveva riempito di negozi rue di Rivoli, così come altre vie di Parigi e del mondo: negozi dove la gente andava a passare il proprio tempo libero, spendendo i soldi per guadagnare i quali aveva passato tutto il resto della settimana a lavorare.

Il palazzo che avevano occupato loro invece era uno spazio di libertà, ad ingresso libero e gratuito. In effetti, lo scultore Kalex, il direttore del museo degli oggetti smarriti Gaspar e il pittore Bruno, meglio conosciuti fra loro come Kgb, avevano deciso di occupare quello stabile di rue de Rivoli, piuttosto che lasciarlo nello stato di abbandono a cui l’aveva condannato la banca che ne era proprietaria, e usarne gli appartamenti vuoti per creare degli atelier per gli artisti, affidati a turno a creativi di tutto il mondo.

il Kgb è riuscito nella sua piccola rivoluzione: la loro occupazione, diventata nel tempo un importante spazio espositivo alternativo, da migliaia di visitatori all’anno, è stata legalizzata, il Comune di Parigi ha acquistato il palazzo, lo ha ristrutturato e lo ha dato in gestione all’associazione di artisti costituitasi per l’occasione. Chi andrà a Parigi, lo troverà aperto tutti i giorni, visitabile dalle 13 alle 20.

Tornato ad Ancona per passare l’estate del 2003, decisi di mettere in atto anch’io, per quel che potevo, una forma di occupazione poetica dello spazio: con un’amica poeta, Natalia Paci, e un amico cinefilo, Flavio Raccichini, fondai Nie Wiem, un’associazione creata per animare il territorio, a partire dalla nostra città, Ancona, ma coinvolgendo artisti di tutta Italia e del mondo.

Assieme ad altre associazioni Nie Wiem lottò da subito per aprire la Casa delle Culture, sorta dalla ristrutturazione di una cella frigorifera dell’ex Mattatoio comunale. Era il 2007 quando riuscimmo a inaugurare la Casa delle Culture di Ancona: doveva essere la prima di una serie di ristrutturazioni, che avrebbero portato alla riconversione dell’ex Mattatoio in cittadella socio-culturale, come avvenuto in altre città italiane. Da allora, però, non si è mosso più nulla e l’area intorno alla Casa delle Culture è rimasta abbandonata.

Nel 2011 con Casa delle Culture abbiamo avviato un percorso di riqualificazione partecipata dell’ex Mattatoio, vincendo da ultimo il bando “C’entro anch’io” della Coop, che, in accordo con il Comune di Ancona, avrebbe dovuto consentirci di aprire al pubblico il giardino abbandonato, situato dietro l’ex cella frigorifera. Tutto era pronto per avviare il recupero ma improvvisamente al posto degli alberi e dell’erba del giardino abbiamo trovato un parcheggio per le auto. Nel video che trovate qui la portavoce di Casa delle Culture, Stefania Zepponi, illustra questo scempio, che mette a repentaglio il progetto di recupero dell’area.

Troveremo l’aiuto e il sostegno necessari per continuare la nostra occupazione poetica dello spazio? Per saperne di più iscrivetevi alla newsletter di Casa delle Culture, cliccando qui.

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