I promessi sposi e I miserabili | Provvidenza italiana e rivoluzione francese

Leggere I promessi sposi è un obbligo ministeriale, tocca farlo, “perché lo dice il programma”. Siamo «coatti all’utenza dei Promessi sposi», come disse Edoardo Sanguineti nel suo Esame di coscienza di un lettore del Manzoni. E il romanzo che, dopo aver fatto l’Italia, ha fatto gli italiani, va letto in seconda superiore, quando non si hanno ancora né le conoscenze né le capacità per comprendere la collocazione del romanzo di Manzoni nella storia della letteratura italiana ed europea, i legami con il romanticismo e con la storia italiana del 1600 e del 1800: una delle tante assurdità del sistema scolastico italiano, assieme al saggio breve, tanto per dirne un’altra, su cui mi sono già pronunciato qui.

Chi, fra i docenti di Lettere, affronta di malavoglia I promessi sposi, ne legge il meno possibile e fa bene, perché così non ne compromette del tutto una possibile futura ripresa e lettura integrale da parte dei propri studenti e studentesse. È noto, in effetti, che, a parte rari casi, dei Promessi sposi si leggono a scuola solo alcuni capitoli, percepiti come obbligatori: i capitoli iniziali, con la descrizione di «quel lago del ramo di Como», di Don Abbondio che «non era nato con un cuor di leone», di Fra Cristoforo, l’Innominato, il Griso, Gertrude o la Monaca di Monza. Poi, dal 10° capitolo in poi, si inizia a saltabeccare, analizzando solo alcuni episodi e alcuni personaggi: il tumulto di Milano, l’Innominato, la peste, ecc. Solo alcuni capitoli, appunto, ma sono già troppi: il danno è compiuto, il docente e lo studente pensano che I promessi sposi siano stati letti, che il dovere sia stato assolto, con tanto di immancabili analisi narratologiche su spazio e tempo, sequenze e caratterizzazione dei personaggi.

Così mi fecero leggere I promessi sposi in seconda liceo. In seguito, li ho ripresi in mano in quinta, contestaulizzandoli nel periodo in cui visse l’autore, all’interno della sua opera e della sua poetica, analizzando nel dettaglio alcune pagine. Ho scoperto la loro modernità: il loro plurilinguistico rispetto al classicismo della prosa italiana contemporanea e al monolinguismo della tradizione poetica, il pessimismo storico che li fa essere un «romanzo senza idillio» (Ezio Raimondi). Infine, durante gli anni dell’università, a Lettere, li ho letti in versione integrale e, allargando ancora di più la visuale al grande romanzo europeo, ho scoperto che Goethe considerava I promessi sposi, di cui aveva ricevuto i tre volumi dell’edizione del 1827, uno dei più grandi romanzi del suo tempo: «il romanzo di Manzoni supera tutto ciò che noi conosciamo in questo genere» dichiara Goethe a Eckermann il 18 luglio 1827. Ho scoperto che I promessi sposi sono il nostro romanzo picaresco: Renzo, sempre secondo Raimondi, «è l’antieroe della tradizione picaresca, un “pover’uomo” gettato in un mondo imprevisto di insidie e costretto, nel suo viaggio fra il contado e Milano, a una sorta di paradossale Bildungsroman [romanzo di formazione] dove, sovente a sua insaputa, sembra quasi rivelarsi il mistero dell’esistenza. E tocca a lui in fondo, per adoperare di nuovo i paradigmi di Propp [il linguista russo autore del saggio La morfologia della fiaba], la parte di protagonista vittima e cercatore nei confronti di quella realtà complessa, ma insieme così terribilmente semplice, che è la giustizia».

Compreso che è possibile cogliere la grandezza dei Promessi sposi solo leggendoli in versione integrale e analizzandoli con riferimenti al contesto storico, culturale e letterario del tempo, ho deciso di proporre questo stesso tipo di lettura, integrale e critica, nella classe seconda in cui insegno, ma, nel momento in cui esalto il rapporto con il romanzo ottocentesco europeo, non posso fare a meno di evidenziare anche i limiti del romanzo di Manzoni.

Alcuni di questi limiti emergono da un’analisi comparata, da un confronto critico con I miserabili di Victor Hugo, un romanzo francese di poco posteriore ai Promessi sposi che con il romanzo di Manzoni presenta delle analogie. Al centro della vicenda c’è sempre un povero, ma non un proletario come Renzo, che è un operaio dell’industria tessile: il protagonista dei Miserabili, Jean Valjean, è un vero escluso, un drop-out, un parìa, un intoccabile, che all’inizio del romanzo, appena uscito di galera, non riesce a farsi ospitare da nessuno, se non da un vescovo, i cui candelabri d’argento, peraltro, lo spingono a un nuovo furto e a nuove disavventure. Jean è un picaro come Renzo, ma lui non si ritira dal tumulto che scoppia nella città in cui è capitato, a un certo punto del suo viaggio: il personaggio di Hugo sale sulle barricate, erette a Parigi dai rivoltosi durante i moti del 1832, per salvare Marius, l’amante della figlia adottiva Cosette. E quando fugge dal tumulto, Jean non passa attraverso una selva, solo metaforicamente infernale, ma si cala nell’inferno vero delle fogne, insegnandoci che la storia della civilizzazione passa per le cloache delle metropoli.

Fuggito da Milano il paternalismo di Manzoni fa apparire nella mente di Renzo padre Cristoforo, il «buon frate» dalla «barba bianca» di cui non aveva seguito i «paterni consigli», finendo per provare «la vergogna delle proprie scappate, della turpe intemperanza», consistente nella partecipazione al tumulto, nella condivisione della lotta per il pane con i cittadini milanesi, nella ricertca di ristoro e rifugio in una locanda. Scappate per nulla vergognose, né turpi intermperanze, in vero, per chi è schiacciato dai potenti ed è costretto a vagabondare senza cibo e con pochi soldi in tasca.

Ad accomunare Renzo e Jean è anche la fuga dalla giustizia, ma Renzo espatria con un barcaiolo abituato a portare ogni genere di criminali; invece, Jean, uscito dalle fogne, viene arrestato da Javert, il poliziotto che gli dava la caccia da tempo. Javert lo libererà, ma, nonostante il suo ravvedimento finale, nessuna Provvidenza interverrà per distoglierlo dal suicidio, a cui si abbandona per il dissidio interiore, creatosi fra il dovere di poliziotto e la coscienza di uomo. Potrei proseguire, ma per il momento mi fermo qui con gli esempi e concludo.

Alla luce della storia dell’Italia, dall’Unità ai giorni nostri, è indicativa l’ingenuità di Renzo, che si affida al potere sovrannaturale della Provvidenza e a quello temporale della Chiesa, corresponsabile dello stato di minorità in cui era gettato il popolo, invece che alla lotta sociale, capace di liberarlo da quella subordinazione. Ritirandosi dal tumulto, invece di prendervi parte come fanno Marius e altri suoi coetanei nei Miserabili, con la sua condotta Renzo può contribuire a spiegare perché, nel 2016, in Francia contro la riforma del lavoro si sia scatenata una sommossa popolare durata mesi, obbligando il potere esecutivo del Governo a infrangere la tripartizione dei poteri democratici, con una legge straordinaria che gli ha consentito di approvare lui stesso la riforma del lavoro senza passare per il Parlamento; mentre in Italia il Jobs act è passato quasi senza colpo ferire per l’approvazione del Parlamento e solo ora, a distanza di due anni, si rincorrono i referendum di un solo sindacato, la CGIL, per mettere una toppa all’enorme buco venutosi a creare nel Diritto del Lavoro. Affidarsi ai «paterni consigli» dell’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, cresciuto nel Partito Popolare Italiano, erede della Democrazia Cristiana, non solo non ha salvato l’economia italiana ma ci ha condotti sull’orlo del disastro. Noi, però, non abbiamo un cugino benestante da cui trovare rifugio, come Renzo a Bergamo, tuttavia la maggioranza di noi considera il tumulto una «turpe intemperanza», quindi come lui continueremo a vagabondare ancora chissà per quanto, prima di fermarci e lottare.

Sono solo appunti, questi, scritti di getto, ma spero possano avere un qualche, seppur minimo, valore euristico. Una critica più dettagliata dei Promessi sposi, che considera anche il loro legame con la scuola dell’obbligo, si può trovare nell’Esame di coscienza di un lettore di Manzoni di Sanguineti.

Leggere I promessi sposi in versione integrale è un ottimo allenamento, purché sia una lettura comparata, capace di confrontare il romanzo di Manzoni con altre opere coeve, come I miserabili, per conoscere grandi classici della letteratura europea, ma anche per tentare di capire chi siamo e perché siamo proprio così, noi e gli altri popoli.

1 commento
  1. m a gobbi ha detto:

    ma se uno/a avesse sperimentato che “La c’è la Provvidenza” ?

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