Storia greca & Cittadinanza | Discorso di Pericle per la carta e per il web

Passando dalla carta al web, cioè dalle Storie di Tucidide a YouTube, il celebre discorso di Pericle sulla democrazia ha subito qualche cambiamento. Vediamo cosa è successo.

Il discorso fu pronunciato dal grande Pericle, che governò Atene dal 461 al 429 avanti Cristo, per rendere omaggio ai concittadini morti nel primo anno della Guerra del Peloponneso. Il testo del discorso, con il titolo di Epitaffio o Encomio di Pericle, si trova in tutte le antologie della letteratura greca e fin qui nulla di strano.

Ecco la versione di Tucidide, tradotta da Franco Ferrari per Rizzoli, 1985, vol. I, libro II, reperibile anche online nel sito della casa editrice Zanichelli (qui):

«Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda l’amministrazione dello stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale, ma più che per quello che vale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del suo rango sociale. Liberamente noi viviamo nei rapporti con la comunità, e in tutto quanto riguarda il sospetto che sorge dai rapporti reciproci nelle abitudini giornaliere, senza adirarci con il vicino se fa qualcosa secondo il suo piacere e senza infliggerci a vicenda molestie che, sì, non sono dannose, ma pure sono spiacevoli ai nostri occhi. Senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati e nella vita pubblica la reverenza soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza a coloro che sono nei posti di comando, e alle istituzioni, in particolare a quelle poste a tutela di chi subisce ingiustizia o che, pur essendo non scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta.» (paragrafo 37) «Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa, e noi Ateniesi o giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati dalle discussioni prima di entrare in azione. E di certo noi possediamo anche questa qualità in modo differente dagli altri, cioè noi siamo i medesimi e nell’osare e nel ponderare al massimo grado quello che ci accingiamo a fare, mentre negli altri l’ignoranza produce audacia e il calcolo incertezza. È giusto giudicare superiori per forza d’animo coloro che distinguono chiaramente le miserie e i piaceri, ma non per questo si lasciano spaventare dai pericoli. E anche per quanto riguarda la nobiltà d’animo, noi ci comportiamo in modo opposto a quello della maggioranza: ci procuriamo gli amici non già col ricevere i benefici ma col farli. Chi ha fatto il favore è un amico più sicuro, in quanto è disposto con una continua benevolenza verso chi lo riceve a tener vivo in lui il sentimento di gratitudine, mentre chi è debitore è meno pronto, sapendo che restituisce una nobile azione non per fare un piacere ma per pagare un debito. E siamo i soli a beneficare qualcuno senza timore, non tanto per aver calcolato l’utilità del beneficio ma per la fiducia che abbiamo negli uomini liberi. Concludendo, affermo che tutta la città è la scuola della Grecia, e mi sembra che ciascun uomo della nostra gente volga individualmente la propria indipendente personalità a ogni genere di occupazione, e con la più grande versatilità accompagnata da decoro.» (paragrafi 40-41).

Fin qui tutto bene. I problemi iniziano quando si cerca online, inserendo su Google le parole “discorso+pericle+tucidide”: a parte le versioni corrette pubblicate da Zanichelli e da filosofico.net, molte altre riportano la versione adattata per il teatro dal comico Paolo Rossi, che potete ascoltare qui sopra e leggere qui sotto. Attenzione quindi a Wikiquote (qui), ma anche ai matematici dell’università di Firenze (qui), che non sbagliano solo a riportare la fonte giusta ma la riferiscono anche a una data sbagliata (461 invece di 431 a.C.). Quando pescate da Internet, è sempre bene confrontare le fonti.

Versione adattata da Paolo Rossi:

«Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così: la libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così: ci è stato insegnato di rispettare i magistrati e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci e’ stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto, e di ciò che è buonsenso.
Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade, e che ogni ateniese cresce prostrando in se una felice versatilità la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così!»

Veniamo ora alla storia di questa versione adattata e della sua diffusione nel web. Nel 2003, dopo averlo sapientemente adattato, Paolo Rossi inserì il discorso di Pericle agli ateniesi nel suo spettacolo Il signor Rossi e la Costituzione, portandolo in giro nei teatri italiani, ma, quando tentò di replicarlo in televisione, chiamato a Domenica In nel novembre 2003, fu censurato dalla Rai, come testimoniò il giornalista Curzio Maltese sul quotidiano La Repubblica. Al governo, nel novembre 2003, c’era Silvio Berlusconi, imprenditore che nel 2013 è stato condannato a quattro anni di reclusione per frode fiscale ma che per un ventennio, dal 1994 al 2011, ha governato a lungo l’Italia. A Berlusconi alludeva evidentemente Rossi, soprattutto quando, nel pronunciare il discorso, sottolineava: «Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.» Per proteggersi dai processi, che mettevano in pericolo la sua carriera di imprenditore e di politico, Berlusconi infatti ricorse più volte alle leggi ad personam, cioè a leggi fatte approvare dal Parlamento italiano per salvaguardare i suoi interessi privati, come il cosiddetto “Lodo Schifani” (L. 140/2003), che prevedeva l’introduzione del divieto di processare le cinque più alte cariche dello Stato, tra le quali il Presidente del Consiglio in carica, e che fu dichiarata incostituzionale, con sentenza della Corte costituzionale n. 13 del 2004.

Ecco spiegato perché l’adattamento di Paolo Rossi sia ribalzato dai teatri alle tv, dove fu recuperato dalla trasmissione Ballarò di Rai 3, fino al web. A distanza di quasi 2500 anni le parole di Pericle si sono trovate ancora al centro di una dsputa fra opposte ideologie: quella democratica e quella oligarchica. Quando però la storia viene usata per giustificare o condannare questa o quella ideologia, si possono provocare cortocircuiti, come la circolazione nel web di versioni non originali di celebri discorsi. Ma l’uso ideologico della storia può portare anche ad anacronistici paradossi: nel 2012, sempre sul quotidiano La Repubblica, Umberto Eco ha ribaltato la formula di Paolo Rossi, facendo del politico ateniese addirittura un antenato di Berlusconi. Ora sta a voi giudicare. Intanto, potete leggere qui una delle tante critiche alla ricostruzione di Eco.

 

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