Il primo re. Un film archeo-realistico sulle origini di Roma

Il primo re di Matteo Rovere è un film di cui consiglio la visione soprattutto a chi insegna la storia delle origini di Roma e a chi la apprende. Spiegherò di seguito le ragioni che mi hanno condotto a mostrarlo ai miei studenti.

Nella mia analisi indicherò innanzitutto le qualità cinematografiche del film, dato che è un prodotto creativo e non un documento storico, cercando però di mettere contemporaneamente in rilievo la sua valenza didattica.

Ecco le ragioni per cui consiglio di vedere Il primo re:

1) la mirabile scenografia, cioè la ricostruzione degli ambienti;

2) la mirabile sceneggiatura, cioè i dialoghi tra i personaggi;

3) la capacità immersiva, data dalla creazione di un immaginario arcaico ma realistico.

La scenografia

Il primo re racconta la storia del primo re di Roma, Romolo, come si comprende dal titolo. È quindi ambientato nell’ottavo secolo avanti Cristo, dato che Roma, secondo la tradizione, fu fondata nel 753 a.C.

Mi sono soffermato sugli aspetti storico-mitici delle origini di Roma in una videolezione. Non li riprenderò qui, rimandando chi fosse interessato alla visione del video e alla lettura delle fonti.

Il film ricostruisce le caratteristiche tipiche di una società neolitica, immersa in una cultura orale, pre-istorica, condizionata dal pensiero magico-religioso. In particolare, Roma sorse lungo la sponda meridionale del Tevere, di fronte all’isola Tiberina. Secondo quanto ci è dato sapere dai ritrovamenti archeologici, la popolazione viveva in piccoli villaggi di agricoltori, pastori, cacciatori e guerrieri.

La prima qualità del film è data dalla scelta del regista di ambientarlo interamente lungo il fiume, nella foresta e in due villaggi. L’opera si apre con un’esondazione del Tevere, una di quelle esondazioni che per secoli spinsero gli abitanti a rifugiarsi sui colli circostanti, perché il terreno era acquitrinoso. All’VIII secolo a.C. in effetti risalgono i resti di un insediamento sul colle Palatino.

Fu solo nel VI secolo a.C. che fu possibile la costruzione della vera e propria città di Roma, dopo che la zona fu conquistata dagli Etruschi. Grazie alle loro conoscenze architettoniche e urbanistiche, gli Etruschi riuscirono a bonificare la valle fra il colle Palatino e il Campidoglio, con la Cloaca Massima attribuita al primo dei re etruschi, Tarquinio Prisco. Lì sorse il foro. Prima non esisteva Roma, ma solo un gruppo di villaggi che avevano culti comuni, proprio come mostra Il primo re.

Non so se è servita la formazione da classicista di Matteo Rovere, che si è formato al Liceo ginnasio Mamiani di Roma, ma di fatto il regista ha realizzato un film che, pur narrando il mito di Romolo e Remo, si configura come un’opera cinematografica di stampo archeologico.

In particolare, gli ambienti ricostruiti sono i tre ambienti fondamentali della vita delle popolazioni che fondarono Roma: il fiume, i villaggi, la foresta. Mancano i colli, perché manca la parte del mito in cui si narra che Romolo fondò Roma sul colle Palatino.

Grande attenzione è posta anche a due rituali officiati da Santei, la sacerdotessa della Dea Vesta interpretata da Tania Garribba: all’inizio del film il sacrificio umano dei prigionieri catturati dagli abitanti di Alba Longa, tra cui Romolo e Remo, con tutto l’armamentario di bracieri e vasi contenenti tinture, utilizzati durante il rito; a metà del film la lettura delle viscere di un animale usate per divinare il futuro di Romolo e Remo, secondo quell’arte aruspicina che i Romani appreserono dagli Etruschi, i quali all’epoca dei mitici gemelli, nell’VIII secolo a.C., dominavano le zone a nord del Tevere.

La sceneggiatura

Oltre ad aver girato il film ed averlo prodotto con la sua società Groenlandia Film, Rovere ha anche scritto l’opera. Della sceneggiatura spicca innanzitutto la lingua, che è una forma di protolatino, analizzata, fra gli altri, dal collega Daniele Scarampi per Treccani. Il film è dunque in lingua originale, o meglio originaria, dato che è una lingua ricostruita di cui non si hanno testimonianze scritte.

La forma è anche sostanza, perciò i dialoghi sono altrettanto fedeli al pensiero arcaico rappresentato nel film: essenziali, ridotti all’osso, centrati sulla sopravvivenza in un ambiente ostile. Dalla prima scena in cui ascoltiamo Romolo, interpretato da Alessio Lapice, mentre recita una preghiera propoziatoria alla Dea Madre, dimostrando da subito la sua spiccata tendenza mistica e religiosa, a tutto il resto del film, intessuto completamente sui dialoghi con il fratello Romolo, interpretato da Alessandro Borghi, che incarna invece la componente umana e razionalista del pensiero arcaico, basata sull’amore fraterno, sull’astuzia e sull’attenzione al presente, alle esigenze della carne, al dominio sugli altri con la forza.

Anche la struttura narrativa rispecchia la ricerca di realismo che informa tutto il film. La prima metà ha la struttura fiabesca del viaggio dell’eroe. L’ambiente familiare è mostrato nel brevissimo prologo con i fratelli pastori-agricoltori attorniati dal loro gregge. Lo straripamento del fiume determina un allontanamento dall’ambiente familiare. Poi l’incontro con gli antagonisti di Alba Longa, il duello, le peripezie nella foresta. Infine il ritorno in un nuovo ambiente familiare: un villaggio conquistato da Remo.

A metà del film si situa, come da manuale, il tourning point, il momento di svolta, con la scena della divinazione in cui la sacerdotessa legge il destino dei due fratelli nelle viscere di un animale. Da fiaba a questo punto il film si trasforma in tragedia annunciata. Una tragedia umana, però, senza eroi né dei. Per quanto Romolo si ostini a evocarli, il regista sceglie di mantenere il realismo del primo tempo, ma se la prima parte del film, dedicata a Remo, aveva una forza inventiva straordinaria, la seconda, dedicata a Romolo, pecca forse in eccessiva simmetricità: si ripetono i canti nel villaggio conquistato dai fratelli, si ripete il viaggio dei guerrieri guidati da Romolo e si ripete la scena iniziale, invertita, lungo la spoda del fiume. Il film smette progressivamente di essere archeologico e diventa una semplice storia.

La capacità immersiva

Tutte le qualità che ho cercato di individuare rendono il film un’esperienza immersiva nell’immaginario delle società neolitiche pre-istoriche, dominate dal contatto con la natura, dalla tribalità, dalla violenza e dal pensiero magico-religioso, in cui i fenomeni della natura sono interpretati come altrettanti segni divini. Perciò vale la pena mostrarlo agli studenti dopo avere studiato per tutto il primo anno l’evoluzione delle società umane, dal paleolitico al neolitico e alla prima epoca storica.

Se la fatica di seguire un film sottotitolato è compensata dall’effetto conoscitivo dato dalla ricostruzione di una lingua scomparsa, meno facile da sopportare è la fatica delle ripetute scene violente, specie perché quasi tutte legate a combattimenti da action movie, da film d’azione. Sebbene il sangue sia necessario a mostrare quanto fossero cruenti gli scontri a mani nude e con armi da taglio, va presa in considerazione la possibilità di avvertire i giovani spettatori quando si avvicinano le scene più cruente, dato che le origini di Roma si studiano a 14 anni, un’età da tutelare. Per questo è consigliata la visione accompagnata da un adulto.

Ringrazio Matteo Rovere e Francesca Diciolla di Groenlandia Film per averla resa possibile alle mie classi, in questo periodo di didattica a distanza forzata.

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