Natura, sentimento e genio nei Dolori del giovane Werther

I dolori del giovane Werther sono una pietra miliare nella storia della letteratura mondiale. L’opera è una summa del pensiero elaborato dal movimento tedesco dello Sturm und Drang (1770-1785), che gli storici considerano emblema del pre-romanticismo in area germanica. Riporto due brani che rinviano ai temi principali del movimento: natura, sentimento e genio.

Lettera del 26 maggio: Wahlheim e il genio straripante.

26 maggio.

Tu conosci da tempo la mia abitudine di costruire, di innalzare, a caso, in qualche luogo tranquillo una capanna e di vivere lì con ogni ristrettezza: anche qui ho trovato un posticino che mi è convenuto.

Circa a un’ora dalla città vi è un luogo chiamato Wahleim (nota dell’autore: il lettore non si dia pena di ricercare i luoghi qui nominati: si è creduto necessario di cambiare i veri nomi che si trovano nell’originale. Fine della nota). La sua posizione presso una collina è molto interessante e, quando si esce dal villaggio e si va su per un sentiero, si ha il colpo d’occhio di tutta la valle. Una buona ostessa che, pur essendo vecchia, è piacevole e vivace, offre vino, birra e caffè; ma, quello che più importa, sono due tigli che con i loro archi coprono la piccola piazza dinanzi alla chiesa che è circondata da case di contadini, fattorie, castelli. Non potrei facilmente trovare un posticino più intimo e segreto, di modo che dall’osteria faccio portar fuori il mio tavolino e una sedia, e lì bevo il mio caffè e leggo Omero.

La prima volta che per caso capitai sotto i tigli in un bel pomeriggio, trovai il luogo solitario. Tutti erano ai campi: soltanto un fanciullo di circa quattro anni sedeva per terra e fra le gambe ne teneva un altro di forse sei mesi, stringendolo con le braccia al petto in modo da fargli una specie di seggiola; e nonostante la vivacità con la quale egli volgeva attorno i suoi occhi neri, sedeva perfettamente tranquillo. Faceva piacere a vederlo; mi sedetti su un aratro che era lì di fronte e disegnai con vero godimento la scena fraterna. Vi aggiunsi la siepe che era vicina, una porta di fienile e alcune ruote rotte, così com’erano disposte, e dopo un’ora trovai che avevo fatto un disegno ordinato e interessante senza avervi messo nulla di mio. Questo mi ha confermato nel mio proposito di attenermi per l’avvenire unicamente alla natura. Essa soltanto è infinitamente ricca, essa sola forma il grande artista. Si può dir molto in favore delle regole; all’incirca quello che si può dire in lode della società civile: un uomo formatosi secondo le regole non farà mai nulla di assurdo e di cattivo, come chi si modella sulle leggi della buona creanza non sarà mai un vicino insopportabile, né potrà divenire un vero scellerato; ma tutte le regole, si dica quello che si vuole, distruggono il vero sentimento e la vera espressione della natura.

Questo è troppo – dirai tu – esse non fanno che moderare, recidere i rami esuberanti eccetera. Caro amico, devo servirmi di un paragone? È come l’amore! Un giovane si dedica completamente a una ragazza; passa tutte le ore del giorno presso di lei, usa tutte le sue forze e le sue facoltà per mostrarle che le appartiene interamente. Viene allora un filisteo, un uomo che occupa una carica importante, e gli dice: Mio carissimo signore: amare è umano, ma voi dovete amare virilmente! Dividete le vostre ore, datene alcune al lavoro, e dedicate alla fanciulla che amate quelle che vi restano libere. Contate i vostri averi e, con quello che vi rimane dopo aver provveduto al necessario, non vi proibisco di fare a lei un regalo, ma non troppo spesso, per esempio nel suo giorno natalizio e per il suo onomastico. Se il giovane segue il consiglio, potrà diventare un uomo utile e consiglierei al Principe di dargli un impiego. Ma è finita per il suo amore, e per la sua arte se egli è artista. Oh amici miei! perché il torrente del genio così raramente straripa, così raramente spumeggia in grandi flutti e scuote le vostre anime stupite? Cari amici, è perché sulle due rive abitano dei tranquilli signori, di cui le casette campagnole, le aiuole di tulipani e gli orti sarebbero devastati, ed essi sanno preservarsi dal minaccioso pericolo con argini e fosse costruite in tempo.

Lettera del 12 dicembre: Wahlheim inondata.

12 dicembre.

Caro Guglielmo, io mi trovo nella condizione in cui si sono dovuti trovare coloro che si credevano posseduti da uno spirito maligno. Non so che cosa mi prende talvolta: non è angoscia, non è desiderio, è un interno, ignoto tumulto che minaccia di lacerarmi il petto, che mi stringe la gola. Allora, ahimè, io corro senza meta fra le spaventose scene notturne di questa stagione nemica degli uomini.

Ieri sera ho dovuto uscire. Era appunto cominciato il disgelo, e avevo sentito dire che il fiume era straripato, che tutti i ruscelli erano gonfi e che da Wahlheim la mia amata valle era inondata. Vi corsi tra le undici e mezzanotte. Era uno spaventoso spettacolo vedere dalla roccia le onde agitate che turbinavano al chiarore della luna sui campi, i prati e le siepi, e veder tutta la valle trasformata in un mare tempestoso al soffio del vento. Quando la luna di nuovo apparve posandosi sulle nuvole oscure e dinanzi a me e i flutti con un terribile, magnifico riflesso si svolsero e risonarono, ero preso da un fremito e poi da un desiderio: con le braccia aperte mi sporgevo sul baratro, e aspiravo all’abisso fondo e mi smarrivo nella gioia di sommergere in quella tempesta i miei tormenti, il mio dolore, di rotolare laggiù rumoreggiando come le onde. Eppure non potevo staccare il piede dal suolo e metter fine a tutti i tormenti! Compresi che la mia ora non era ancora venuta. Ah Guglielmo, come avrei dato volentieri la vita per attraversare le nubi e sollevare i flutti insieme con quel vento tempestoso! Ah, questa gioia, non sarà forse concessa un giorno al povero prigioniero?

Con quanto dolore abbassai lo sguardo verso un posticino dove mi ero riposato con Carlotta, all’ombra di un salice, durante una calda passeggiata estiva! Il posto era anche sommerso e riconobbi appena il salice, Guglielmo! E pensavo ai suoi prati, alla campagna che circondava la casa di caccia, al nostro pergolato distrutto dal torrente devastatore. E il raggio di sole del passato brillò al mio pensiero, come un sogno di pascoli e prati o di onori e di gloria sorride al prigioniero! Ero lì… e non mi accuso perché ho il coraggio di morire… Io avrei… Ora siedo qui come una vecchia che raccoglie la sua legna fusto a fusto per prolungare e alleviare ancora un istante la sua vita languente e priva di gioie.

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