«Un romanzo è uno specchio». Il realismo per Stendhal

Il rosso e il nero (tit. or. Le rouge et le noir), pubblicato nel 1830, è il romanzo in cui Stendhal teorizza il principio chiave del realismo: riflettere la realtà.

Scrive Stendhal nel capitolo XIX: «un roman est un miroir qui se promène sur une grande route. Tantôt il reflète à vos yeux l’azur des cieux, tantôt la fange des bourbiers de la route. Et l’homme qui porte le miroir dans sa hotte sera par vous accusé d’être immoral! Son miroir montre la fange, et vous accusez le miroir! Accusez bien plutôt le grand chemin où est le bourbier, et plus encore l’inspecteur des routes qui laisse l’eau croupir et le bourbier se former.» Mia traduzione: «un romanzo è uno specchio che passeggia su una strada principale. Ora riflette ai vostri occhi l’azzurro del cielo, ora il fango dei pantani. E l’uomo che porta lo specchio nella sua cesta sarà da voi accusato d’immoralità? Il suo specchio mostra il fango, e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada maestra dov’è il pantano, e più ancora l’ispettore addetto alle strade che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani.»

Siamo nel clima della Restaurazione. Il giovane e ambizioso Julien Sorel, figlio di un modesto segantino e ammiratore di Napoleone Bonaparte, nasconde la sua passione per il condottiero rivoluzionario e si finge altro da sé per riuscire nella sua scalata sociale. Riesce a studiare, grazie al curato del paese, e impara a memoria la Bibbia, anche se non crede in Dio. Invece di entrare nell’esercito, dato che non è più un mezzo di ascesa sociale come ai tempi di Napoleone, decide di diventare prete. Per cominciare ottiene il ruolo di precettore nella casa del sindaco della città, M. Rênal, poi, dopo averne sedotto la moglie, Madame Rênal, quando la relazione viene rivelata al sindaco da una lettera anonima, Julien decide di entrare in seminario, partendo per Besançon. Grazie alle potenti amicizie che si è procurato, Julien riesce infine ad arrivare a Parigi e a diventare il segretario del marchese de la Mole. La figlia del marchese, Mathilde, s’innamora di lui, ricambiata.

Nel capitolo XIX Stendhal descrive gli effetti provocati nell’animo di Mathilde, giovane dell’alta società, dall’amore per Julien, che appartiene a una classe inferiore. Presa dai pensieri, Mathilde si mette a tracciare «a caso dei segni a matita su un foglio del suo album», scoprendo che uno dei profili tracciati è quello di Julien, segno di amore nei suoi confronti, poi va a teatro, all’Opéra Italien, dove una melodia «degna di Cimarosa», un «motivo sublime» la cattura e non pensa più ad altro che all’aria ascoltata. Tornata a casa la suona al piano. Leggiamo così scrive Stendhal nelle righe seguenti:

«Il risultato di quella notte di follia fu che ella [Mathilde] credette di essere riuscita a trionfare sul suo amore. (Questa pagina nuocerà in diversi modi al suo disgraziato autore. Le anime gelide lo accuseranno di indecenza. Ma egli non fa alle giovani donne, che brillano nei salotti di Parigi, il torto di supporre una sola di loro suscettibile degli impulsi di follia che degradano il carattere di Mathilde. Questo personaggio è del tutto immaginario, anzi immaginato al di fuori delle abitudini sociali che assicureranno un posto di assoluta preminenza alla civiltà del XIX secolo, nei confronti di quella degli altri secoli.

Non è certo la prudenza a mancare alle fanciulle che sono state il vanto dei balli di quest’inverno.

Non penso neppure che esse possano essere accusate di disprezzare troppo un cospicuo patrimonio, i cavalli, le opulente proprietà terriere e tutto ciò che assicura una gradevole posizione nel mondo. Lungi dal non vedere altro che tedio in tutti questi privilegi, li desiderano in generale con la maggiore costanza e riversano su di essi tutta la passione che può albergare nei loro cuori.

Non è certo l’amore che fa la fortuna dei giovani dotati di un certo talento come Julien: essi si legano indissolubilmente a una consorteria e, quando questa fa fortuna, piovono su di loro i più ambiti doni della società. Guai all’intellettuale che non appartiene a nessuna consorteria: gli saranno rimproverati anche dei piccoli successi molto incerti e l’alta virtù trionferà derubandolo. Eh, signori, un romanzo è uno specchio che passeggia su una strada principale. Ora riflette ai vostri occhi l’azzurro del cielo, ora il fango dei pantani. E l’uomo che porta lo specchio nella sua cesta sarà da voi accusato d’immoralità? Il suo specchio mostra il fango, e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada maestra dov’è il pantano, e più ancora l’ispettore addetto alle strade che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani.

Ora, dopo aver messo in chiaro che il carattere di Mathilde è impossibile nel nostro secolo, non meno prudente che virtuoso, temo assai meno di suscitare irritazioni continuando il racconto delle follie di questa amabile ragazza.)»

Adottando la tecnica del narratore onniscente, con interventi dell’autore per commentare le vicende narrate, Stendhal non porta ancora alle estreme conseguenze la sua teoria, ma la direzione da lui segnata (farsi specchio della realtà) sarà quella seguita da chi verrà subito dopo di lui. Flaubert, elaborando la tecnica dell’impersonalità in Madame Bovary, romanzo pubblicato nel 1856, riuscirà a creare il primo romanzo moderno della storia della letteratura, dove l’autore scomparirà del tutto nelle vicende narrate.

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