Clemente Rèbora, Sciorinati giorni dispersi

VI

Sciorinati giorni dispersi,
Cenci all’aria insaziabile:
Prementi ore senza uscita,
Fanghiglia d’acqua sorgiva:
Torpor d’àttimi lascivi
Fra lo spirito e il senso;
Forsennato voler che a libertà
Si lancia e ricade,
Inseguita locusta tra sterpi;
E superbo disprezzo
E fatica e rimorso e vano intendere:
E rigirìo sul luogo come cane,
Per invilire poi, fuggendo il lezzo,
La verità lontano in pigro scorno;
E ritorno, uguale ritorno
Dell’indifferente vita,
Mentr’echeggia la via
Consueti fragori e nelle corti
S’amplian faccende in conosciute voci,
E bello intorno il mondo, par dileggio
All’inarrivabile gloria
Al piacer che non so,
E immemore di me epico arméggio
Verso conquiste ch’io non griderò.
Oh per l’umano divenir possente
Certezza ineluttabile del vero,
Ordisci, ordisci de’ tuoi fili il panno
Che saldamente nel tessuto è storia
E nel disegno eternamente è Dio:
Ma così, cieco e ignavo,
Tra morte e morte vil ritmo fuggente,
Anch’io t’avrò fatto; anch’io.

Clemente Rèbora, Frammenti lirici [1913], VI (in Id., Le poesie, Scheiwiller-Garzanti, Milano 1994)

Commento di Claudia Crocco:

I giorni della vita dell’autore sono in gran parte «dispersi», abbandonati al vento (1); la ricerca della verità è infruttuosa e produce vergogna (un «pigro scorno»). Il tempo della ricerca dei poeti modernisti è sempre diviso fra istanti di pienezza vitale («àttimi», che in questo caso sono «lascivi») e monotonia della vita ordinaria («Ritorno, uguale ritorno / dell’indifferente vita»). Chi dice io nel testo si trova in una situazione appartata, marginale in mezzo a una folla: qui Rebora riprende una tipica situazione leopardiana, quella ad esempio della Sera del dì di festa. Il mondo che lo circonda è indifferente, quasi ironicamente (e riecheggiano, invece, versi di À celle qui est trop gaie di Baudelaire); come in buona parte delle sue poesie, si tratta di un ambiente cittadino.
Il tentativo di rendersi «immemore di se stesso», dunque la tensione verso l’anonimato, è lo stesso che anima la dedica dei Frammenti lirici «ai primi dieci anni del secolo XX». L’io cerca di oggettivarsi nelle cose, confidando in un loro ordine: qui Rebora si distingue da un altro autore modernista che tocca temi simili, cioè Sbarbaro.

(1) “Sciorinati” è un verbo solitamente usato per riferirsi ai panni stesi: Rebora lo usa in senso metaforico, come già Dante in Inf. vi, 116 (cfr. Mussini, Giancotti, 2008, pp. 133-41).

(tratto da Claudia Crocco, La poesia italiana del Novecento. Il canone e le interpretazioni, Carocci, Roma 2015)

1 commento
  1. mancinellipaola@libero.it ha detto:

    adoro Rebora, questa poesia è sublime e il commento meraviglioso

    >

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