La pirateria nella Grecia antica | Tucidide

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Scrive Tucidide: «Minosse infatti fu il più antico di quanti conosciamo per tradizione ad avere una flotta e a dominare per la maggior estensione il mare ora greco, a signoreggiare sulle isole Cicladi e a colonizzarne la maggior parte dopo aver scacciato da esse i Cari e avervi stabilito i suoi figli come signori. Ed eliminò per quanto poté la pirateria del mare, come è naturale, perché meglio gli giungessero i tributi. Giacché i Greci anticamente e, tra i barbari, quelli che sono costieri e abitano nelle isole, da quando avevano cominciato ad attraversare più frequentemente il mare per recarsi gli uni dagli altri, si erano dati alla pirateria* sotto la guida dei più abili, in cerca di guadagno per sé e di nutrimento per i più deboli. E, assalendo le città che erano senza mura e disperse in villaggi, le saccheggiavano e così si procuravano la maggior parte dei loro mezzi di sussistenza, senza ancora vergognarsi di questo modo di agire, il quale anzi portava loro perfino una certa gloria. Anche ora lo dimostrano alcuni popoli della terraferma, per i quali è un onore esercitare con successo la pirateria, e lo dimostrano gli antichi poeti nelle domande che senza eccezione facevano rivolgere dappertutto a coloro che sbarcavano, vale a dire se erano pirati. Giacché gli uni non respingevano come indegno quel fatto di cui gli altri li interrogavano e gli altri, che avevano interesse a sapere questa cosa, non la biasimavano. Ma anche in terra praticavano reciprocamente la pirateria, e anche ora in molte parti della Grecia si vive alla maniera antica, presso i Locresi Ozoli, gli Etoli, gli Acarnani e i paesi di terra ferma situati da quelle parti. A questi popoli continentali è rimasta, dall’antica abitudine alla pirateria, l’abitudine di andare armati.» (Tucidide, La guerra del Peloponneso, I, 4-5, trad. di Claudio Moreschini, in Erodoto, Storie, Tucidide, La guerra del Peloponneso, BUR, Milano 2008).

* Giovanna Daverio Rocchi annota: «In età preclassica la pirateria era considerata un mezzo legittimo di arricchimento, condannabile solo se praticata tra concittadini. Questo atteggiamento mutò a partire dal V secolo, quando nell’ambito delle relazioni interstatali tra Greci si instaurarono usanze e pratiche atte a tutelare la sicurezza dell’individuo che, anche se non si tradussero in una vera e propria formulazione giuridica o in strumenti diplomatici, erano peraltro sentite ed osservate come norme di comportamento collettivo. Praticare la pirateria significava trasgredire quel complesso di tradizioni che i Greci rispettavano in quanto espressione della loro identità etnica. Tuttavia sopravviveva ed era diffusa tra alcuni popoli della Grecia settentrionale – che tuttavia Tucidide definisce «barbari» – come ad esempio gli Etoli per i quali la pirateria costituì anche nei secoli successivi una delle forme usuali della loro economia. Il tema fondamentale sviluppato da Tucidide è che la pirateria trova spazio laddove gli stati e le istituzioni politiche centrali sono deboli o assenti.» (Giovanna Daverio Rocchi, Note a Tucidide, La guerra del Peloponneso, BUR, Milano 2008).

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