Poesia medioevale e musica | La ballatetta di Cavalcanti

Sto preparando una lezione su Guido Cavalcanti. Dopo la consultazione del manuale (Baldi) e un doveroso ripasso della sezione a lui dedicata nei Poeti del Duecento di Contini, sono andato alla ricerca di una versione musicata della ballata Perch’i’ no spero di tornar giammai. E ho trovato questa musicata da Stefano Palladini:

La ballata era destinata al canto, ma non riesco a liberarmi dall’opinione vulgata che poesia alta e musica abbiano divorziato sin dai tempi della Scuola siciliana. Illuminante a tal proposito questo doppio saggio a cura di Chiara Cappuccio sulla Prassi esecutiva e riflessione teorica: su alcuni indizi musicali in Petrarca e di Luca Zuliani su La musica e la poesia volgare in Petrarca.

In particolare, Zuliani analizza il trattato Summa artis rithimici vulgaris dictaminis di Antonio Da Tempo, il più vicino all’epoca e all’ambiente di Petrarca, e nota: «se si esaminano altri luoghi della Summa si trovano affermazioni meno compatibili con il divorzio fra poesia e musica. Quando tratta delle canzoni, terzo metro preso in esame dopo sonetti e ballate, Da Tempo scrive:

In linea generale, per quanto riguarda la disposizione delle rime e il modo di sillabare, parlando sia dei versi che delle rime, possono essere composte con quelle forme e quelle rime con cui si compongono i sonetti e le ballate; e questo vale per ogni componimento volgare.

Cioè stabilisce un’assoluta compatibilità nella modalità di composizione, ossia nei versi, nelle rime e nel modo di sillabare, non solo fra canzoni, sonetti e ballate: vi comprende anche gli altri metri minori, sicuramente sempre cantati ed ancillari alla musica. […] Ai tempi di Petrarca, musico e poeta sono due figure nettamente distinte, ma è prematuro parlare di «divorzio» fra musica e poesia: la composizione poetica e quella musicale continuano a svolgersi affiancate e le forme della poesia hanno, nella percezione collettiva come nella prassi dell’esecuzione, una ragione musicale. È un legame che ormai tende a indebolirsi per i testi della fascia più alta, ma d’altro canto rimane solido e continuo per quelli più corsivi. La svolta, il distacco vanno allora posticipati al ‘500 maturo, quando l’unica possibile veste melodica di una poesia lirica è il madrigale nell’accezione musicale e cinquecentesca del termine: una melodia che si ritaglia nel testo una struttura ritmica propria e indipendente dalle partizioni metriche, seguendo la sintassi che pure, nei testi rinascimentali, prende forme incompatibili con le pause indicate dal metro. Ne risulta una costante asincronia tra frasi musicali e versi, che in origine erano la stessa cosa e sempre coincidono nella musica medievale».

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